Questa è la mia vita più intima, sono i miei racconti, le mie storie e tutte le mie vite.Sono qui, parallele tra loro, che non si incontrano mai. Si guardano sempre, si osservano, e nei limiti del possibile crescono nel mio cuore mentre cerco di vivere le mie buone speranze. Sono sempre qui al mio fianco, e io vivo in loro come loro vivono in me.
Adolescenza cervicale
Suo fratello aveva di nuovo dato di matto. Aveva avuto una “piccola” crisi. Voleva di nuovo uccidere sua madre. Suo padre tentava di proteggerla mentre lui la rincorreva intorno al tavolo. Le parole erano sempre le stesse, sempre frettolose, in fuga: “ferm..” “stron..” “puttan..” “fallit..”. Neanche le parole volevano starci in quella casa.
Il fratello aveva eluso la presa del padre ed era corso verso la madre, l’aveva gettata verso la porta di vetro che era andata in mille pezzi. Lei era a terra mentre lui la guardava con gli occhi fuori dalle orbite e le sputava. Tentò di rialzarsi ma lui la rispinse per terra facendo cadere dei piatti, alcune posate e due bicchieri. Il padre si stava sentendo male e le sue urla distrassero il figlio per un istante. Quel istante gli fu fatale. La madre afferrò dal pavimento un coltello e gli segò quasi di netto la caviglia. Il sangue era su tutte le pareti, e tutti erano a terra. L’unico che era rimasto in piedi era lui.
Erano anni che quelle immagini lo torturavano. Lo torturavano mentre le vedeva, lo torturavano quando le ricordava, lo torturavano mentre le sognava.
Di solito si chiudeva in bagno e accendeva il fohn al massimo, ma quella volta semplicemente prese su il suo cappotto e uscì.
Era il giorno del suo compleanno. Era una di quelle belle giornate fredde fredde di Novembre.
Si era vestito ad hoc, aveva nascosto ogni suo piccolo difetto. Quella testa troppo grande che terminava con un mento troppo piccolo, un mento che sembrava una piccola gobba rigonfia che si ripiegava su se stessa. Quelle spalle troppo piccole e quel filo di grasso su una pancia completamente senza muscoli. Quelle spalle strette e senza alcuno spessore. Quel pizzico di gobba. Quelle gambe un po’ troppo secche e quel pene un po’ troppo piccolo.
Nei momenti di stress due movimenti abituali lo rincuoravano.
Il primo consisteva nell’aggiustarsi gli occhiali sul naso, rispingerli verso l’alto mentre stringeva la bocca e allargava le pupille.
Il secondo era una rotazione di quasi novanta gradi cha faceva compiere al suo esile collo, se il movimento era ben effettuato il suo corpo rispondeva con uno scrocchiettio della cervicale e una breve ma intensa sensazione di benessere.
Pensò di poter affermare che quello fosse un momento di stress. Cominciò la sua personalissima e metodica danza. L’occhiale saliva, il collo ticchettava e l’occhiale di nuovo discendeva. E così fino all’infinito , finché qualcosa non attraesse la sua attenzione.
Davanti a un giornalaio si fermò. Comprò uno di quei giornali d’annunci gratuiti con l’idea di trovarsi un lavoro. Non sarebbe più tornato in quella casa.
Cominciò a leggere finché un’idea non gli balenò nella mente.
Già, un’idea, finalmente una buona. Una di quelle che ti danno il sorriso, che ti allargano gli occhi e ti stringono il cuore.
Entrò in un internet-cafè, e sul sito internet del giornale scrisse:
“A.A.A. disperatamente famiglia cercasi. Tel. 385-4796084”
Se qualcuno avesse risposto tutti i suoi problemi sarebbero stati risolti. Sarebbe stato bello poter ricominciare tutto da capo, con una nuova famiglia, con delle nuove opportunità. Sarebbe stato meraviglioso.
Buttò il giornale nella spazzatura, non aveva più bisogno di un lavoro, aveva già trovato la soluzione a ogni suo problema. Presto avrebbe avuto una nuova famiglia.
Continuò a passeggiare. Si diede una nuova sistemata agli occhiali, e anche una nuova sistemata al collo. Il collo fece “tic”.
Un’ultima sistemata agli occhiali, e un’ultima sistemata al collo. Si aspettava il solito “tic”, ma il collo non rispose. Allora riprovò, e riprovò ancora con più forza. Era furioso. Si afferrò bene la testa fra le mani e con energia diede un strattone.
“TTttTTrrrRRRrRaaaAAAaaAcccCCCCccKKkkKKK”
Si era sbeccato una vertebra. Si accasciò al suolo e dolorante ci rimase, finché una signora non chiamò l’ambulanza. Fu trasportato all’ospedale, e non fece chiamare la sua famiglia.
Era maggiorenne ora.
Pensò:
“ottimo”
Si era guadagnato tre giorni di vitto e alloggio gratuiti.
Spense il telefonino. Non voleva farsi raggiungere dalla sua famiglia. Amici non ne aveva. Ed era troppo presto perché qualcuno rispondesse all’annuncio.
Passò i primi due giorni mangiando, dormendo e guardando un po’ di Tv. Il terzo si alzò e sporse fuori dalla finestra il suo collo ingessato. Era una mattinata fredda fredda, di quelle che ti sembra stia per nascere qualcosa di importante. Di quelle che ti sembra abbia un senso la vita. Il sole era già in cielo e sembrava che avesse una gran voglia di elargire vita e speranza.
Riaccese il telefonino.
Un messaggio trillò:
“ti hanno cercato:
MAMMA
PAPA’
MAMMA
PAPA’
CASA
CASA
CASA”
Pensò che almeno erano vivi, o forse era suo fratello che lo cercava in ogni modo pur di completare l’opera. Ma ormai non gli importava più niente. Presto avrebbe trovato una nuova famiglia.
Davanti allo specchio tirò fuori un sorriso compiaciuto. L’ingessatura del collo non faceva risaltare il suo mento gobboso, e il pigiama che gli avevano dato gli gonfiava leggermente le spalle, nascondendo i difetti addominali.
Mentre sorseggiava cautamente i quadrucci in brodo, fissava con lo sguardo perso nel vuoto la parete.
Drin….
Il telefono squillava
Drin….
Chi poteva essere?
Drin…
Era la fortuna che bussava alla sua porta, oppure l’inferno lo richiamava a se? Con la lontananza era scomparso l’odio per la sua famiglia, ma si era ripromesso di non tornare mai più.
Volse lo sguardo verso il cellulare.
“MAMMA”
Lo sapeva. Se lo sentiva che la vita non poteva essere tanto generosa con lui, che gli aveva riservato un posto in prima fila per la galleria degli orrori. Non poteva chiedere nulla di più alla vita.
Il telefonino smise di squillare, e dopo pochi istanti di tregua ricominciò.
Un nuovo tipo di squillo, un nuovo mondo, un nuovo cosmo si era aperto alle sue orecchie e annunciava qualcosa di nuovo, di inaspettato, di inaspettabilmente drammatico. La novità. Lo stacco tra passato e futuro.
Un Nuovo presente.
Era una messaggio:
<Salve, il suo annuncio ha suscitato in me grande interesse.
Vorrei concederle un’opportunità. Potremmo vederci
Alle ore… in via… alla palazzina….
Arrivederci>
Lui quel posto lo conosceva. Era il complesso condominiale dove abitava anche la sua famiglia. Non conosceva la persona che aveva inviato quel messaggio, ma il posto lo conosceva anche troppo bene.
Che fare?
Rifiutare, evitando di presentarsi all’appuntamento, oppure rischiare di trovarsi faccia a faccia col suo schifosissimo passato? Aspettare altre telefonate, oppure accontentarsi della grazia ricevuta?
Si aggiustò gli occhiali sul naso, e mentre si grattava il mento tra se e se pensava che nessun altro avrebbe risposto a un simile annuncio.
Uscì dall’ospedale e si diresse in tutta fretta al luogo dell’appuntamento. Il sole era ancora alto nel cielo. Era ancora una splendida giornata.
Al cancello si fermò.
Alla palazzina A indirizzò tutto il suo odio, tutti i suoi ricordi di merda, tutte le sue giornate infelici.
Si aggiustò gli occhiali sul naso.
Alla palazzina B inviò tutte le sue speranze. Gli erano rimaste solo quelle.
Si mise la mani nelle tasche del giaccone ed entrò.
Ora non poteva più tirarsi indietro.
Di fronte al portone aspettava che qualcuno venisse a contattarlo, aspettava con l’incoscienza e la speranza che solo un ragazzo può avere, con la disattenzione che si può provare solo in quel età.
Poi una voce: <ma dove pensavi di andare, eh? Dove pensavi?> e una risata.
Era suo fratello.
Lo stesso fratello da cui scappava, lo stesso che per tanti anni aveva trasformato la sua famiglia in una gabbia, lo stesso che aveva odiato e per cui aveva avuto pietà tante volte, beh proprio lui gli aveva teso un tranello. Proprio lui si accasciò e cominciò a ridere senza più fiato, facendo rumore a più non posso, con gli occhi folgorati. Poi smise all’improvviso e disse:
<lo sapevo che saresti tornato, non mi potevo sbagliare! Sono giorni che ti aspetto>
Il ghigno si trasformò in un’espressione di rabbia e cominciò a corrergli incontro.
Si avvicinava con foga, rabbia e crudeltà verso di lui. Era sempre più vicino, di più, di più ancora. Sempre di più. Finché anche il nostro eroe non cominciò a correre verso il terrazzo del palazzo. Cominciò a scappare da tutta la sua vita, da tutto il mondo, da tutte le urla. E mentre scappava sentiva che quel mondo gli si avvicinava sempre di più, lo stava per acciuffare ma… ma poi arrivò sul terrazzo della palazzina. Ci arrivò giusto in tempo per chiudersi la porta alle spalle. <stronzo apri> <stronzo apri> gli urlava, ma lui già non lo sentiva più. Era oltre.
Poteva affermare con tranquillità che quello fosse un momento di stress. Avrebbe voluto volentieri scrocchiarsi la cervicale, ma non poteva. Sentiva i colpi sulla porta e altri passi sulle scale. Erano i suoi genitori che erano corsi dietro al fratello in preda a una “piccola crisi” , avevano cominciato a spintonarsi e a fare casino, tutti dalla palazzina corsero verso il terrazzo. Tutti uscivano dalle loro case, dalle loro vite meschine per un istante, per constatare le miserie altrui e consolarsi delle proprie.
Tutto il mondo era fuori da quella porta, con quelle parole rotte tentava di inseguirlo <apr..> <ferm..> <stronz….>, e più provava a inseguirlo e più quelle parole si mischiavano e si attorcigliavano in un gomitolo che adesso lui vedeva distintamente. Lì, fuori da quella porta.
Era uscito dal gomitolo delle meschinità umane, in un momento di stress si era di nuovo impossessato della sua vita e questa volta per sempre.
Salì sul cornicione e mentre si aggiustava gli occhiali sul naso lasciava che la brezza gli coprisse il volto e gli muovesse gli abiti. Non si sentiva più neanche tanto brutto.
Una voglia insaziabile di scrocchiarsi il collo lo assaliva, era un momento di stress, si levò il collare e prese il volo.
Tac. La cervicale era scrocchiata.
Canzone delle strade e del mare
Ho deciso… non lascerò questa strada, non ancora. Sento tutti i giorni una voce che dice <è ora di partire, c’è un mondo di altre strade che ti aspetta>, ma io non voglio.
Voglio continuare a camminare questa strada, questo stessa via che ho cominciato a camminare quando ancora mi cullavo nelle carezze di mia madre, questo vicolo che ho corso in lungo e in largo mentre soffrivo, questa strettoia di cui conosco ogni insenatura.
Ho imparato ad amarne lentamente le case, i marciapiedi, le persone, le insegne, ogni scritta, e proprio ora che riesco ad apprezzarne ogni cosa devo lasciarla.
Resterò ancora per qualche tempo qui, in questa strada, la mia strada. Con queste persone, le mie persone e questi marciapiedi, i miei marciapiedi.
Ho visto la mia strada crescere in questi anni e mi sono affezionato a tal punto da non volerla più lasciare, ma so che dovrò andare, altrimenti la strada diverrà così stretta da soffocarmi.
Nei lunghi anni in cui ho abitato questa via sentivo voci venire da altre strade, voci che parlavano di altre strade ancora, intere carreggiate camminabili per giorni, e mi dicevano di guardare in basso, verso l’orizzonte, e che era quello il punto di arrivo per ognuno di noi.
Ma no. Io non volevo. Io non ci credevo. Non ho mai creduto per un solo istante che tutta la mia vita dovesse essere spesa in un interminabile viaggio.
Ma ho imparato. Ho imparato ad attenuare i tratti più scuri, a dare più luce agli angoli bui. Ho imparato ad apprezzare ogni piccola cosa che potevo osservare. Tutto. Anche le foglie che cascano dagli alberi e portano con se colori ciechi. Ne presi una manciata, che porto ancora qui, con me. Che ho portato con me quando decisi di camminare in quella strada, tra quelle persone.
Ora la strada è sempre la stessa, sono io che cambio. Sento il mare forte, potente, unico, che mi chiama, che mi chiama a sé, o che forse sto cercando io, dal profondo. Sento che è arrivato il momento di passare per l’orizzonte che tutti guardano, ma solo per andare verso il mare, il mio mare. Questo è l’unico viaggio al quale davvero voglio donare la mia vita, l’unico del quale non mi vergognerei. Però ho un po’ paura.
Ed è forse per questo che voglio restare, voglio restare per non partire. Però è quasi ora e perciò comincio piano piano ad avvicinarmi alle mie cose, alla mia casa, e ripasso per l’ultima volta nella mia strada, sui miei marciapiedi, tra le mie persone. Ma non è come al solito. C’è qualcosa di diverso, qualcosa che rende ogni gesto già esplorato, già studiato, quasi una lacrima d’asfalto che percorre l’intera strada che mi ha dato così tanto e alla quale ho dato così poco.
So che dovrò passare per quella lunga strada a cui tutti guardano e perciò ho già chiamato un taxi, ed è lì che mi aspetta alla fine della strada…. ho già pagato e mi aspetterà ancora per un poco.
Quel poco che mi serve per non scordare, quel poco che mi serve per partire con più coraggio, quel poco che mi serve per sentire il calore del mare.
Dolce e indifesa
Dedicato ad Armando
L’aveva uccisa. Lei era indifesa e lui l’aveva uccisa. Lei era lì dolce e indifesa, e lui l’aveva uccisa. Lei si stava divertendo lì con lui, era dolce e indifesa, e lui l’aveva uccisa. Lui era lì con lei, dolce e indifesa, e le stava mostrando quanto fosse abile. Lei, lì con lui, dolce e indifesa, mentre assisteva a quello spettacolo si divertiva, non sapendo che lui stava facendo tutto ciò solo perché l’altra non era interessata a lui, e allora era andato a Colonia per rimorchiare ragazze dolci e indifese, ma che purtroppo non sapevano la sua lingua e allora lo costringevano a questi spettacoli all’impronta. Lui l’aveva uccisa perché si era innamorato pazzamente di quell’altra, la quale però non ne voleva assolutamente sapere, l’aveva piantato in asso, lì, da solo col suo amore, con le sue poche certezze e col suo cuore infranto. Lei era morta perché l’altra l’aveva scaricato dopo una cena che a lui, come raccontava ai suoi amici, era costata ben “36 pleuri”, e l’aveva scaricato perché il suo aspetto non eccessivamente curato le evocava una qualche idea di sporco e sciatto; l’aveva scaricato perché le sembrava spesso troppo stupido così immerso nelle sue battute volgari e troppo noioso quando attaccava quella specie di comizi sul fascismo a cui era tanto legato; l’aveva scaricato per i suoi sciocchi interessi nazionalisti che lo rendevano sciocco e noioso allo stesso tempo e allora gli aveva fatto cacciare i 36 pleuri e l’aveva piantato in asso così brutalmente da costringerlo ad andare a Colonia per rimorchiare, perché lui aveva deciso che quell’estate doveva scopare assolutamente e allora si avvicina ad una tedesca dolce e indifesa, la porta nel boschetto per farle il suo spettacolino, mostrandole quanto fosse abile a maneggiare il coltello, e accidentalmente la uccide. Lui era lì, la corteggiava, dolce e indifesa, col suo piccolo spettacolo perché l’altra, che lui amava a tal punto che avrebbe persino rinunciato al suo coglione destro (il quale, visto che era destro, era sicuramente molto più produttivo dell’altro), beh l’altra l’aveva scaricato e lui voleva scopare ma purtroppo il destino gioca con le nostre vite e allora lui casca addosso a lei conficcandole dritto nel cuore il suo coltello e la uccide.
Tota tua ego sum
Questa non è una storia come tutte le altre, questa è una di quelle storie importanti che ci riguardano tutti, questa è l’unica storia che valga la pena raccontare.
Questa è la storia del Regno dei Cieli, questa è la storia di quella che sarebbe potuta essere la sua fine, questa è la storia di Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”).
Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) era una trentacinquenne in carriera, era una di quelle che si alzava la mattina e vedeva il suo seno scendere lentamente fino alle ginocchia, era una di quelle che si comprava mille tailleur tutti uguali e metteva sempre lo stesso, era una di quelle che la mattina non usciva senza aver pulito il bagno, era una delle migliaia di donne che mentre sentiva “rhapsody in blue” pensava a cercare la felicità.
Una felicità svagata, senza malizia alcuna oltre al piacere stesso, un piacere edonistico.
Questa è la storia di Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) , una trentacinquenne che amava masturbarsi al riparo delle sue calde coperte, e del suo attentato al Regno dei Cieli.
Era un giorno di primavera quando Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) rientrò a casa, annaffiò i gerani, chiuse le tapparelle e consumò una cena tanto frugale quanto ipocalorica.
Rimise nella stampella il suo tailleur n°1, alla specchio constatò con amarezza il lento ma inesorabile discendere impercettibile del suo seno e si mise a letto.
Aprì il suo cassetto delle delizie e ne trasse l’arma principale del suo piacere, il suo vibratore “pleasure-lux220” e cominciò a sollazzarsi. Il crocefisso che aveva appeso di fronte alla sua finestra la guardava con aria mesta e rassegnata. Luciana(“colei che possiede la luce dentro di sé”)non se ne stupiva affatto, avevano fatto un patto:
“un peccato solo ti chiedo, uno solo, uno soltanto e poi nient’altro!”
Non poteva vivere senza Cristo nella sua vita, ma neanche senza il suo “pleasure-lux220”. Accendeva lo stereo, “rhapsody in blue” starnazzava per tutta la stanza e poi lasciava che i prodigi della tecnica le apportassero la sue dose quotidiana di piacere.
Godimento “pret-a-porter” le piaceva pensare.
Quel povero Cristo però non ne poteva proprio più, vedere una delle sue dilette ridotte in quello stato di dipendenza sessuale proprio lo disgustava e così decise di metterci lo zampino, strizzò l’occhiolino e mentre Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) dormiva un anatema le piovve sulla testa. Lì per lì non si accorse di nulla, e neanche il mattino dopo al risveglio.
Si alzò in tutta fretta, richiuse a chiave il suo cassetto delle delizie, si infilò il suo tailleur n°1 e uscì di corsa mentre ancora si infilava il soprabito.
Prese l’ascensore insieme alla figlia 28enne e al figlio 25enne della signora di fronte. Lui era un bellissimo ragazzo, alto moro occhi scuri fisico scolpito. Lei era una racchia, grassa bassa e brufolosa.
Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) gradiva molto il figlio della signora di fronte, ma non si era mai fatta avanti, si scambiavano solo di tanto in tanto grandi sorrisoni.
Sull’ascensore lo guardava e si sentiva strana, sentiva che qualcosa dentro di lei si muoveva, un’ombra oscura, simile a una scoreggetta che vuole uscire.
Però non era una flatulenza intestinale, era piuttosto qualcosa di nuovo, che non aveva mai sentito prima, che non era in grado di controllare. Stringeva il volto in un’espressione contratta, le rughe erano diventate crateri, una piccola gocciolina di sudore cominciava a scendergli dalla testa, il trucco si scioglieva al suo passaggio e poi accadde l’imprevedibile.
Mentre fissava il figlio della signora di fronte le scappò.
Un piacevole, duraturo, animalesco e gridato orgasmo le venne quanto mai inaspettato. Un sorriso le si dipinse sul volto e le cadde la 24ore, gli occhi chiusi in un espressione di puro piacere facevano da contorno allo sgomento dei due ragazzi. Arrivati al pian terreno i due sembravano i protagonisti dell’ “urlo” di Munch, mentre Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) aveva preso le fattezze della “venere” del Botticelli.
Quando si accorse del tutto si scusò dicendo che era stato solo un malessere passeggero e mentre la figlia della signora di fronte sperava di cominciare ad avere anche lei certi malesseri, suo fratello e Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) si scambiarono un lungo sguardo d’intesa che lei per inesperienza non poteva capire.
Arrivata in strada la povera Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) continuava a non capire ma tutto le si sarebbe chiarito in breve.
Fece un passo fuori dal giardino condominiale e vide il giardiniere; un nuovo orgasmo la fece vacillare, si appoggiò al muro, lasciò cadere la borsa e lo consumò in tutta la sua fragranza.
Il giardiniere era un vecchietto di 67 anni sposato da 40, brutto come la morte con due lunghi mustacchi che si congiungevano con le basette. Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) presa da un fremito scambiò un lungo sguardo d’intesa anche con lui pur senza esserne attratta.
Si ricompose in fretta e fece un nuovo passo e poi ancora uno finché non si riprese del tutto, salutò la spazzina, la postina e la giornalaia. Pensò che fosse tutto a posto. Ingenua.
Arrivata sulla strada maestra era pronta per prendere un taxi ma sulla strada una ventina di immagini maschili incontrarono il suo sguardo.
Le note di “rhapsody in blue” cominciarono a tamburellare, le sembrava di sentire il suo
“pleasure-lux220” vibrare, e con l’aria di chi proprio non può fare altrimenti e dunque si scusa con grande costernazione, cominciò ad avere orgasmi multipli a ripetizione finché non svenne lì, sulla strada.
Si risvegliò a casa sua nel suo letto. Non capiva più niente ma si sentiva proprio bene. Proprio proprio bene.
Fissava il Cristo appeso alla parete e cominciava a intuire cosa le fosse successo. Ci voleva solo un piccolo riscontro.
Bussò al signore del quinto piano con una scusa: “non è che per caso avrebbe una cipolla?”
Era un vecchietto di 87 anni, antipatico e tirchio che lei aveva conosciuto in chiesa.
Lui le aprì con la cipolla in mano e “tac”. Preciso come un orologio svizzero si presentava il suo orgasmo. Ogni figura maschile le provocava quel indicibile progressione di piacere.
Si scusò e veloce come una saetta corse via.
Si rifugiò nel suo appartamento e fuori dalla porte chiuse quello squallido imbarazzo.
Di corsa in camera, guarda il Cristo crocefisso sulla parete e sibila centinaia di “scusa”
“mi dispiace”. Aprì il suo cassetto delle delizie e gettò fuori dalla finestra il suo “pleasure-lux220”
Si era liberata del suo peccato? Aveva finalmente cancellato l’onta della sua anima ? Poteva di nuovo chiamarsi “Cristiana”? Pur di tenere Cristo nella sua vita era pronta a rinunciare per sempre al piacere.
Già si sentiva meglio.
“Dlin Dlon” chi era? Ma certo!
Il prete. Don Ignazio era venuto per benedire la casa in occasione della Santa Pasqua. Quale occasione migliore.
Aprì la porta e sentì quel fremito dentro di sé risalire, ma stavolta decise di ributtarlo giù.
“ciao Ignazio entra e accomodati” si rifugiò in cucina, e cominciò a fare lunghi respiri finché non si calmò. Ritornò in salone e Don Ignazio disse queste esatte parole:
“ciao Luciana, sei proprio in forma. Sempre più bella, se solo non fossi un prete…”
Ci terrei a dire che il povero Don Ignazio era parroco della chiesa, nonché monsignore e aveva anche rifiutato la nomina di vescovo per una diocesi importante. Molto più di un sant’uomo.
Beh Luciana solo a sentir pronunciare quelle parole si denudò, le tette come due tapparelle senza freno atterrarono e poi saltò addosso al sant’uomo.
Lo stuprò. O meglio fece tutto lei mentre lui (che pesava 90 chili su un metro e 88 di altezza) le diceva solo “fermati! Cosa stai facendo?”.
Quasi approdato all’orgasmo stava per dire “avrai il mio corpo ma non la mia anima”, ma si fermò al corpo e poi cadde in uno stato di semi incoscienza urlando “oddio! oddio!” chissà se per piacere o per dolore. Dopodichè ebbe probabilmente un infarto e morì.
Ancora nuda Luciana (“colei che possiede la luce dentro di sé”) si precipitò nella sua stanza. Chiuse la porta a chiave e si inginocchiò di fronte al Cristo.
Pregava a voce alta mentre piangeva ma lo sguardo di Lui non mutava. Un rammaricato dissenso senza possibilità di perdono campeggiava sul volto della statuina. L’aveva messa alla prova e lei non solo non si era dimostrata all’altezza, ma per di più aveva lasciato che quel sant’uomo di Don Ignazio ascendesse al Regno dei Cieli marchiato sulla viva carne con il simbolo del male.
666.
Aveva permesso alla bestia del demonio di entrare nel Regno di Dio e distruggerlo, ma…
Ma forse ancora non era tutto perduto. In fondo lei era Luciana, “colei che ha la luce dentro di sé”. Pensò che se avesse sacrificato la sua vita una luce sarebbe esplosa e avrebbe ucciso la Bestia.
Un immagine sbigottita campeggiava sul volto del Cristo e lei capì che poteva ancora salvarsi.
“TOTA TUA EGO SUM” disse prima di rialzarsi dopo essersi fatta il segno della croce.
Accese “rhapsody in blue” a tutto volume, si pettinò i capelli, rimise nella stampella il suo tailleur n°1 e si gettò dal balcone.
Il vento le tirava in su le tette e lei pensava che nell’espiazione dei propri peccati diventiamo tutti più belli e mentre cadeva urlava “TOTA TUA EGO SUM”
E quel giorno il Regno dei Cieli fu salvo.
Questa è la storia di Luciana, di colei che avrebbe potuto distruggere il Regno dei Cieli ma non l’ha fatto, di colei che ha sacrificato la sua vita per un bene più grande, per la salvaguardia di Dio e di tutti gli angeli del paradiso.
Questa è la storia di “Santa Luciana pleasure-lux220”
Amore e Psiche
Ci sono attimi in cui il tempo si avvita su se stesso e ti porta in alto, dove con chiarezza vedi l’infinito caos dell’universo in un chiaroscuro di destini più o meno gloriosi.
Esistono istanti in cui la vita ci suggerisce la perfezione e l’ordine di un mondo che non è il nostro ma che è quello a cui tendiamo e io sono qui, insieme a te nell’ultimo istante fatale a testimoniare questa infinita bellezza del cosmo.
Sono qui, mentre muori del nostro amore, a vivere il tuo ultimo sogno mortale e a stringere tra le mani un’ultima oasi di felicità.
Mi hai sempre amato come può amare solo un cuore grande come il tuo ma non ti ho mai posseduta.
Non sei mai stata mia.
Sei sempre stata dell’inesauribile leggerezza del tuo tempo, del candore dei tuoi occhi e della ricchezza delle tue parole, quelle parole che mi hai donato in un giorno di primavera e… ho speso tutti i miei giorni a tenerle strette nel cuore per non lasciarti andare.
Ho speso ogni mio istante nel tentativo di trattenerti qui, nel mio breve viaggio senza mèta e senza sogni, solo per sentire l’odore di un’anima senza tempo e aspettare che anche tu un giorno mi amassi come per tutti questi giorni ti ho amato io.
In quel giorno di primavera mi hai confidato i tuoi sogni, i sogni di chi vuole raccontare gli istanti in cui il cuore si sposta e volteggia su un arcobaleno colorato di speranze silenziose e nel tempo ho amato te e i tuoi pregi ma soprattutto ho amato le tue rumorose debolezze e la costanza di nasconderle tra il cuore e l’anima, dove nessuno può osservarle.
In quella mattina mi hai fatto entrare nel tuo destino, lì a lasciarmi vedere chi sei davvero, lì ad osservare chi veramente si cela tra gli abiti che hai raccolto nei tuoi viaggi più preziosi.
Era un giorno di inverno e il mare ci parlava dei nostri giorni più belli e io ero stretto a te e in lacrime ti parlavo delle mie paure, dei miei silenzi e delle mie lacrime spezzate.
Quella notte ti lasciai i miei diari e in quelle memorie di carta straccia ti permisi di entrare nei miei segreti più profondi e ti raccontai le mille sofferenze che ora il tempo mi porta via.
Le sofferenze che ora mi strappa la morte erano tutto ciò che potevo offrirti e di buon grado le hai messe nella memoria dei tuoi giorni preziosi e mi hai detto <Un giorno partirò, ma fino a quel giorno sarò tua, solo tua e del tuo cuore infranto. Sarò qui a curarti le ferite di un’esistenza rubata, di un’anima strappata dalle insidie del tempo e dal freddo dei sentimenti.
Per ogni istante che ci separa dal giorno della mia partenza le mie ore saranno le Tue ore e il mio cuore sarà il Tuo cuore. Quel giorno andrò lontano, dove io e te non saremo più “noi” e dove il tuo cuore sarà per sempre mio e lì vivrò ogni mio istante nel ricordo di questo giorno dove il mare ci racconta i nostri giorni più belli. >
Per molti giorni sei stata qui, accanto a me, a leggere il terrore dei miei occhi, a consolarmi dalla mia sofferenza e a regalarmi ogni giorno nuove speranze.
Per molti mesi abbiamo goduto lo splendore della quotidianità, lo splendore della perfezione di quelle mille abitudini felici che avevamo creato insieme.
Per più di un anno sei stata qui a vivere con me, al mio fianco, a difendere il mio cuore e a salvarlo portandomi dove la vita non punge.
Ero felice.
Per la prima volta ero felice e lo dovevo a te. Te soltanto.
Un giorno di autunno mi hai detto <Ora sei pronto. Ora sei guarito. Ora la vita ti sorride e sei di nuovo pronto per affrontarla.
Domani partirò e come ti ho detto non saprai dove sarò ma sarai sempre lì con me, anche nei posti dove l’anima non esiste.
Domani sarò lontana e prima di partire ti dirò una cosa, una soltanto e poi andrò lì dove io e te non saremo più “noi.”>
Tornammo a casa e non dissi nulla e per quell’ultima notte ti ho stretto a me e mentre il sonno ti scaldava pensavo al tuo viaggio e alla felicità e alle speranze che avresti regalato a chi ti sfiorava il cuore.
Quando la mattina ti sei alzata è stato un po’ come cominciare a sbiadire lentamente, senza che la vita potessi toccarmi.
Scivolavo lentamente dal mondo che avevamo creato e vedevo quella felicità che era mia, quella felicità che era solo mia la vedevo andarsene, andarsene lontano lentamente, sempre più lontano donandosi ai cuori che avresti incontrato.
Ero lì a vederti mentre portavi via tutto, mentre mi levavi di nuovo la vita e mentre mi lasciavi di nuovo senza la mia innocua felicità. Eri lì che andavi in un mondo diverso dal mio risucchiandoti tutto quel poco d’amore che la vita mi avesse concesso e nessun Dio ti avrebbe mai potuta perdonare e io ti dovevo salvare.
Dio non ti avrebbe perdonato e io dovevo salvarti, dovevo lasciarti libera nel tuo candore.
Con un coltello t’ho pugnalato e mentre la morte t’inghiottiva sentivo di averti salvata a costo della mia anima ma non m’importava e poi mi hai guardato dritto negli occhi e prima che il soffio della vita ti abbandonasse mi hai detto <Un giorno sarei tornata. Non so quando, ma sarei tornata, in un giorno qualsiasi, prima che tutto finisse, e quel giorno sarei tornata solo per te. Solo per noi e te l’avrei detto oggi, in questa mattina al sapore di cacao, prima di partire.>
Il tempo si sbriciolava e tu non eri più qui, non eri più mia e ho pianto.
Ho pianto a lungo e come Amore ho tentato di svegliarti, mia dolce Psiche ho tentato di riportarti ai nostri tramonti profumati, ai nostri sogni profondi come il mare e al tuono silenzioso del tuo tempo.
Ti ho visto che lentamente oltrepassavi quella linea che ci stava per separare e io ero infelice, infelice come mai, infelice come tutte le persone che perdono l’anima gemella.
Mia dolce Psiche se è proprio l’amore a separarci, se qui non possiamo essere “noi” allora sarò lì con te a godere quella perfezione che in questo mondo è solo sussurrata.
Mi strappai le carni con la stessa lama che ti aveva strappato la vita e il mio cuore ancora batteva e ancora parlava di te e del nostro amore.
Non cessava di battere e intanto piangeva quelle lacrime che solo il cuore può piangere e intanto la vita ancora non mi lasciava e tutto pesava. Pesava come può pesare solo l’eterna infelicità di non poterti più avere qui mia dolce Psiche.
Cadendo mi sono steso su di te e il battito sciolto e incontrollato del tuo cuore non c’era e insieme a lui volevo sparire anche io, e speravo di arrivare lì, lì dov’eri tu per godere la grazia dell’eterna bellezza del divino.
Steso su di te, come Amore ho cercato il tuo bacio e quando le tue labbra mi hanno lasciato da solo ancora una volta mi sentii come l’azzurro del cielo che non può mai toccare l’acqua dello splendido oceano ma può solo guardarla.
Piansi ancora e la morte non giungeva e quando con la lama mi trafissi il cuore tutto finì.
Finì l’amore, finì il tempo, finirono l’odio e la disperazione, il panico e l’infelicità e mi trovai lì dove con chiarezza vedi l’infinito caos dell’universo in un chiaroscuro di destini più o meno gloriosi.
Oggi è un giorno d’estate e io sono in uno di quei posti dove forse ti avrebbe portato il tuo viaggio e mi sento opaco come un’eclisse.
Tutto quello che un tempo era bello oggi mi parla di te, del viaggio che non ti ho lasciato viaggiare e del tempo che ho levato al nostro amore e all’ardore del tuo vivere.
Tutto mi parla della felicità che mi sono strappato e dei limiti del vivere, mi parla dell’imperfezione che un tempo lontano non sentivo, dell’imperfezione che tu non senti più e che mi schiaccia oggi che non ci sei.
Oggi non ci sei e sono qui da solo, schiavo del mio peccato ad aspettare che il tempo mi perdoni.
Oggi non ci sei e sono qui da solo a godere l’infinita bellezza dell’essere e tutto mi sembra vuoto come è vuota l’anima di un corpo senza vita.
Oggi non ci sei e vivo senza essere vivo aspettando che la vita mi abbandoni.
Aspettando di poterti amare, mia dolce Psiche. Di amarti lì, dove il tempo non c’è e dove l’infinita pace della perfezione regna sovrana sul caos dell’universo. Lì dove potrò amarti per sempre.
La favola del cammello
Dio creò il Mondo.
Dio creò gli animali e gli ordinò di rendere il Mondo un posto accogliente per l’arrivo degli uomini.
Tutti insieme lavoravano, pitturarono il cielo, dipinsero i fiori, alzarono le montagne e scavarono i laghi.
Tutti insieme pensavano i sentimenti, li crearono e li chiusero dentro un’urna dorata che avevano preparato gli scoiattoli. Quando gli uomini sarebbero arrivati Dio avrebbe consegnato loro quella scatola e gli animali avrebbero per sempre perso l’anima. L’anima della vita del Mondo l’avrebbero presa per sempre gli uomini.
Tutti insieme pensarono parole, sguardi, esclamazioni e gesti per esprimere quei sentimenti. Li misero per volere divino in un panno di stelle che avevano fatto le rondini e quando sarebbero arrivati gli uomini quelle parole, quelle espressioni sarebbero diventate loro per sempre. Parole che gli animali non avrebbero mai più avuto.
Tutti insieme si preparavano per l’arrivo dell’uomo.
Tutti tranne uno. Il cammello.
Se ne stava da solo, in un angolo, a riposare.
A riposare per sette lunghi giorni.
Il settimo giorno la volpe, a nome di tutti, protestò e fu così che Dio prese da parte il cammello e gli disse <CAMMELLO, CARO DOLCE CAMMELLO PERCHE’ NON LAVORI?>
Il cammello della sua gli rispose <Il toro è forte, la volpe è scaltra come gli uccelli, i pesci corrono nei mari come la gazzella nella savana. Io, solo io non ho nessuna qualità e il lavoro subito mi stanca>.
<FAI QUEL POCO CHE PUOI FARE ALLORA…>Gli rispose Dio, una risposta che assolutamente il cammello non si aspettavo e allora preso alla sprovvista da una tale mancanza di pietà si adombrò.
Dio capì che il cammello era solo uno svogliato scansafatiche e allora proclamò il suo verdetto <CAMMELLO, CARO DOLCE CAMMELLO TU LAVORERAI COME GLI ALTRI ANIMALI PERCHE’ IO TE LO ORDINO. TI AIUTERO’ CON UN DONO CARO CAMMELLO. IO TI DONO UNA GOBBA, UN DONO CHE TI DIA LA FORZA DI LAVORARE ANCHE QUANDO GLI ALTRI NON POTRANNO>
Dio scomparve e sul dorso del cammello apparì una pesante e visibile GOBBA.
Sul dorso gli comparve la gobba e il cammello si alzò per finire di preparare il Mondo.
Si alzò per finire di preparare il Mondo e Dio gli disse <CAMMELLO, CARO DOLCE CAMMELLO PER UNA SETTIMANA HAI RIPOSATO E QUESTA PESANTE VISIBILE E INGOMBRANTE GOBBA SPARIRA’ SOLO QUANDO AVRAI RECUPERATO QUEI SETTE LUNGHI GIORNI DI LAVORO>.
Detto questo Diò si dileguò e non parlò mai più al cammello.
Il cammello andò verso l’Africa. Si avvicinò a una grande, enorme e insormontabile montagna che avevano costruito le balene sbattendo le loro pesanti teste contro il continente. Si avvicinò a questa montagna e con gli zoccoli pian piano cominciò a sbriciolarla.
Il cammello creò la sabbia, ne creò un’ enormità avendo nel cuore solo la forza di chi vuole rifarsi dei propri errori. Ne fece a quintali e la portò in giro per il Mondo, ovunque servisse.
Con la sua gobba lavorò instancabile, giorno e notte, anche quando gli altri riposavano e recuperò un giorno intero. Uno solo di quei sette giorni maledetti.
Ormai era tutto fatto. Gli oceani erano colorati, il Sole era luminoso e la Luna già lo rincorreva. Era tutto già fatto e il cammello pensò di non poter più recuperare quegli ultimi 6 giorni fatali.
Pensò, pensò per una notte intera a come avrebbe potuto fare per recuperare il suo errore. Pensò una notte intera e non trovò nulla.
Ne l cuore gli nacque qualcosa che gli altri animali non conoscevano nemmeno. IL RIMPIANTO E LA RASSEGNAZIONE.
Li mise in un piccolo castello di sabbia e li lasciò accanto all’urna dorata che avevano preparato gli scoiattoli.
Dio lo guadò, lo vide lì a guardare il tramonto, e per premiarlo di quei sentimenti gli regalò tre giorni. Il cammello lo ringraziò ed era quasi felice ma poi pensò che ancora tre gliene mancavano e ormai era proprio tutto fatto. Proprio tutto.
Pensò, pensò e ancora ripensò ma proprio non c’era verso. Dagli occhi gli scese una lacrima, una lacrima nuova. Una sola. Speciale. Quella di chi è pentito. Pentito davvero.
La prese e di nascosto la mise nel manto di stelle che avevano preparato le rondini.
Dio gli perdonò ancora due dei tre giorni ma…purtroppo ancora uno ne mancava e non c’era niente da fare. Il Mondo era pronto.
Il cammello era ormai affranto e con pazienza si mise a guardare le stelle che brillavano per lui, per l’ultima notte. L’indomani sarebbero arrivati gli uomini.
Dal cielo scese un angelo in una profusione di luce candida. Scese e disse<Cammello, caro dolce cammello un solo giorno devi recuperare. Un giorno ora che i giorni sono terminati. Tu vivrai, vivrai per tutta l’esistenza e fino all’ultimo giorno soffrirai il giogo del caldo, della sete e del lavoro.
Non un giorno passerà senza che tu soffra ma ti abituerai.
Alla fine, alle fine di tutto però la tua sofferenza sarà ripagata. Dio ti renderà libero e sarai per sempre felice nella sua grazia.
Nella sua grazia ritroverai il tuo giorno perduto. >
L’angelo se ne andò e da quel giorno il cammello ancora non ha recuperato il suo giorno.
Ha smesso di cercarlo e va avanti e indietro per il deserto con la lentezza di chi CONOSCE.
Con la forza di chi sa che il peso della sua esistenza un giorno, “l’ultimo giorno”, sparirà.
Con la gioia di chi ha nel cuore il RIMPIANTO e la RASSEGNAZIONE e negli occhi una lacrima.
Una lacrima nuova.
La volpe
La volpe era triste.
Stava piangendo come le aveva detto il Piccolo Principe e tutti i giorni, alle quattro del pomeriggio, era lì a guardare il grano. L’oro del grano.
Per molti, molti giorni, il tempo sembrava non passare e lei sotto l’acqua o con il vento o con la neve era sempre lì a guardare l’oro del grano e forse ad attendere intimamente che il Piccolo Principe tornasse da lei.
La volpe era triste.
Triste come solo chi è stato addomesticato ed abbandonato può esserlo. Triste come solo chi ha perso l’amore può esserlo. Triste come solo chi ha guadagnato e perso l’oro del grano può esserlo.
La volpe era triste.
Non rideva mai e lentamente si abbandonava ai suoi riti. I riti della solitudine, i riti di chi non vuole tornare a soffrire, i riti di chi ancora aspetta quella felicità che il Destino gli ha sottratto all’ultimo momento.
La volpe era triste.
Era triste e rideva solo quando il vento le passava tra le orecchie. Quando il vento le suggeriva che i suoi riti, quelli più intimi, la sua libertà non poteva levargliela nessuno.
Quando il vento faceva ballare il grano la volpe rideva, rideva e le sembrava che il suo Principe le stesse ballando affianco. Rideva perchè quel pensiero felice non poteva strapparglielo nessuno. Rideva perché quell’amore non poteva levarglielo nessuno.
La volpe rideva .
Rideva alle quattro del pomeriggio, rideva quando il vento le passava addosso e con la sua risata suggeriva al vento quell’amore che aveva raccontato solo al grano.
Il vento un giorno si fermò.
Il vento si fermò a guardare la volpe, cominciò a girarle intorno a stringerla e a scivolarle addosso. Si fermò a sentire quelle risate, quelle risate piene di una malinconia infinita, piene di un sogno rubato e vuote di un rimpianto. Il rimpianto di qualcuno che non tornerà.
La volpe rideva e lo guardava, era un gioco di sguardi, era qualcosa come perdersi, qualcosa come… era “addomesticarsi”.
Avvicinarsi e farsi avvicinare e poi un giorno perdersi in un discorso rubato al Destino.
<Sono lo Zefiro della Speranza> le disse un giorno.
<Buongiorno> gli rispose.
Lo zefiro era timido, timido come il Sole d’autunno e stava per sparire dalla vergogna ma la volpe gli disse sottovoce <Grazie…>. Lo zefiro si fermò e tornò indietro <Grazie per avermi addomesticato ancora una volta. Grazie per i riti che hai creato con me e grazie della tua puntualità. Tutti i giorni, ogni giorno, con ogni tempo sei sempre qui. Puntuale alle quattro del pomeriggio. Grazie.> gli disse la volpe
<Per molti, molti anni sono passato qui e non ti ho trovata mai. Per molti, molti anni ho sentito parole, urla, grida, storie e pianti che solo io ho ascoltato. Qui tra le foglie, nel grano. Lì nelle città, tra le case. Giù nei burroni, dove il mondo comincia e finisce. Tutto, quasi tutto mi hanno narrato ma una risata come la tua non mi è ancora stata regalata. Regalami la tua storia>
La volpe acconsentì e gli raccontò del Piccolo Principe.
Gli raccontò la sua storia.
Gli raccontò che non poteva odiarlo perché ad allontanarlo da lei era l’amore. Era qualcuno a cui il Piccolo Principe apparteneva.
Gli raccontò che non poteva non amarlo perché lui le aveva donato il colore del grano.
Gli raccontò della sua vita spezzata, del suo sentirsi legata a qualcuno che non tornerà. Essere legata a qualcosa di lontano ed irraggiungibile, qualcosa da cui non potersi separare nemmeno a pianeti e pianeti di distanza. Qualcosa che senti di dover finire senza avere il tempo di finirlo.
Gli raccontò tutto e forse anche qualcosa di più.
La notte era giunta e lo zefiro le chiese di continuar ad essere lì alle quattro, lì per ancora molte stagioni. Lei restò e per ognuno di quei giorni gli raccontò del Piccolo Principe.
Gli raccontò quelle risate piene.
Gli raccontò quanto era pieno il suo cuore, pieno come la luce di una stella e vuoto come il posto in cui dovrebbe stare qualcosa che invece è stato smarrito.
Gli raccontò quel cuore macilento, la voglia di essere di qualcuno a cui non si può appartenere e la voglia di possedere qualcuno che forse non esiste nemmeno più. Qualcuno che però vive ancora, tutti i giorni, nell’oro del grano.
Colpito da quella storia, o forse da quell’amore, o forse da quella tristezza o forse commosso solo ed esclusivamente dall’affetto nato da quando lui e la sua volpe avevano creato i loro riti, lo zefiro della speranza disse alla volpe <piccola volpe, mia piccola volpe, io posso esaudire un desiderio.
La mia storia è come la storia di tutti i venti. Ognuno di noi porta in giro l’anima di qualcuno che in vita non è stato mai amato, qualcuno che non ha mai sentito il calore di nessuno capace di abbandonare la propria vita per amore, qualcuno che ci volesse appartenere anche solo per un attimo. Un semplice, banale, stupido eppure preziosissimo attimo.
Noi non siamo mai stati stretti dall’amore e privi di quel calore siamo costretti a vagare in giro per il mondo fino alla fine dei tempi. Vagare senza poter essere mai stretti.
Possiamo esaudire un desiderio. Il desiderio di qualcuno che amiamo.
Di solito gli altri venti hanno amato qualcuno prima di cominciare a soffiare tra gli oceani, io invece non ho amato mai nessuno e quel desiderio l’ho tenuto per me. Solo per me, perché non ho amato mai, perché non ho conosciuto mai nessuno di cui mi stessero a cuore i sogni.
Tu, piccola volpe mi hai dato la gioia di regalare qualcosa che io non ho mai regalato a nessuno, mi hai dato il piacere di stare a sentire una storia, il piacere di passare e ripassare qui, nello stesso punto per molte, molte stagioni. Sempre alla stessa ora.
Io ti amo mia piccola volpe e questo è qualcosa che nessuno potrà mai cambiare. Ognuno dei giorni che mi rimangono io andrò in giro per gli oceani e per i fiumi, in giro tra le foglie e gli alberi, in giro tra le case e i palazzi, in giro per i burroni dove il mondo comincia e finisce a raccontare il mio amore e quest’amore non potrà rubarmelo mai nessuno. L’amore per la mia piccola volpe, l’amore per qualcuno che ho addomesticato e che mi ha addomesticato. L’amore per te. La MIA piccola volpe.
Il mio desiderio è tuo. Puoi chiedermi quello che vuoi e sarai esaudita in ogni tuo capriccio, ogni tuo sogno sarà vivo per sempre e…anche se non sarò in quel tuo sogno io sarò appagato dalla tua felicità perché un pezzo di quella felicità è mia. Solo mia.
Ti posso tramutare in una rosa, una splendida rosa rossa, bella come nessuna mai nell’universo. Bella, forte e splendente come solo tu meriti. Porterò qui il tuo Principe e lui amerà per sempre te. Tu, mia piccola volpe, diventerai la sua rosa. La sua amata rosa. E anche se non passerò più qui, anche se non sarò più qui perché vederti con lui mi farà soffrire, anche se passerò le mie giornate tra i burroni, lì dove il mondo comincia e finisce, beh…io sarò felice. Felice come solo chi ama può esserlo, e aspetterò la fine avendo nel cuore la felicità che mi hai regalato facendoti amare. Grazie.>
Lo zefiro piangeva mentre pronunciava queste parole, però quel pianto era pieno come piene erano le risate della volpe.
Lo zefiro piangeva e rideva di quell’essere felici di perdere qualcosa che andrà in un posto forse migliore.
Lo zefiro piangeva e la volpe capiva.
Capiva che non era essere “un’altra rosa” ciò che voleva. Voleva solo essere se stessa. Amare ed essere amata per quello che era. Abbandonarsi per abbandonare qualcosa di intimo come la libertà che solo una volpe può raccontare con le sue risate piene. Che una rosa non può raccontare.
Lo pensava la volpe.
Lo pensava e rideva, ma stavolta quelle risate erano diverse. Piene di una volpe che ha capito che quell’amore, quell’amore che era nato per il Piccolo Principe era morto il giorno che lui aveva deciso di non tornare. Era morto il giorno che lei aveva deciso di volergli appartenere, il giorno in cui lui aveva capito che non era di una volpe che aveva bisogno, ma di una rosa. La sua rosa.
La volpe rideva e capiva che quell’amore era da mettere da parte nella tana del passato e chiuderla. Chiuderla e aprirne un’altra, una nuova tana per un nuovo amore.
Guardò lo zefiro dritto negli occhi e gli disse <mio dolce zefiro. Io un desiderio ce l’ho. Al mondo, alla vita e alle stelle non posso chiedere nulla di più bello che un vento che spiri giorno e notte solo per me. Questo è quello che il Destino mi ha dato ed è ciò di più bello che all’universo esista.
Più bello degli oceani e dei fiumi, più bello delle foglie e degli alberi, più bello delle case e dei palazzi, più bello dei burroni dove il mondo comincia e finisce. Persino più bello del colore del grano.
Io un desiderio ce l’ho mio dolce zefiro della speranza. Io voglio che il mio vento, quel vento che è solo mio, mio come la mia libertà, diventi una splendida volpe dal manto dorato. Una volpe bella e dolce come solo il mio zefiro della speranza merita. Voglio che sia qui, accanto a me e voglio portela stringere come nessuno mai l’ha stretta.>
Un fulmine cadde dal cielo vicino alla volpe e quando si risvegliò trovò un altro batuffolo dorato accanto a lei e per svegliarlo gli poggiò la testa nella pelliccia. Gli disse<zefiro, mio dolce zefiro che ora zefiro più non sei, tu hai deciso di donarti a me. Mi hai regalato tutto ciò che sei e io ne ho fatto ciò che ho voluto. Io ora, in questa mattina dove il Sole brilla solo per noi ti dono me stessa, la mia libertà e anche l’oro del grano. Fanne ciò che vuoi perché io sono tua e tu sei mio. Mio come lo era la mia libertà, la libertà che ho donato al mio zefiro che ora zefiro più non è.>
Scaldati da quell’amore, alle quattro del pomeriggio, puntuali come ogni giorno, andarono a perdersi nel grano.
Nell’oro del grano.
La rosa
La rosa guardava il tramonto. Lo guardava come lo guardava con il suo adorato principe.
Insieme a lui ne vedeva uno solo e quando lui si spostava per vederne ancora, ogni tanto si girava a raccontarle i colori.
Col tempo aveva smesso di guardare i tramonti, l’unico tramonto che interessava al piccolo principe era quello che poteva guardare insieme alla sua rosa.
Poi un giorno il piccolo principe partì e i tramonti rimasero, lì, al loro posto.
Quel giorno la rosa guardava il tramonto e molti erano i sentimenti che aveva nel cuore.
Voleva che lui tornasse da lei, voleva che tornasse ad accudirla, a coprirla la notte e ad annaffiarla la mattina.
Lo voleva.
Voleva però che lui fosse felice, che il suo sorriso splendesse e illuminasse l’universo, che non sentisse l’esigenza di tornare. Che avesse trovato la felicità, ovunque e con chiunque.
Il tramonto lentamente volgeva al termine e la rosa pensava e ripensava al motivo per cui il piccolo principe fosse partito. Pensava alla sua mèta e osservava i pianeti circostanti con grande invidia.
Il piccolo principe poteva stare su ognuno di quei piccoli ammassi stellari, magari a spazzare il camino di qualche vulcano spento. Poteva essere ovunque tranne che lì. Lì sul suo piccolo pianeta, con la sua piccola rosa e con i suoi tramonti.
Pensava e ripensava a quanto lontano si fosse spinto e al motivo per cui cercasse quelle mète lontane.
Quando la notte aveva preso il sopravvento la rosa capì che il suo piccolo principe di certo non cercava un fiore orgoglioso e il sonno le piovve addosso insieme alla tristezza.
La notte passò e molte altre ne trascorsero e la rosa si tenne stretta nel cuore l’infelicità.
I baobab crescevano e nessuno ne strappava le radici, nessuno che stesse lì ad accudire quel pianeta e anche se ci fosse stato qualcuno lei avrebbe voluto solo il suo piccolo principe. Lui e nessun altro. Quando i bruchi vennero a trovarla e le promisero grandi e belle farfalle lei li scacciò. Con le sue spine li cacciò via, lontano. <Andate sui baobab, io non voglio nessuno!> gridava. Gridava forte e quando le mancava il fiato per urlare, cominciava a piangere e guardando il tramonto si diceva <voglio solo lui…che stupida che sei stata a farlo andar via!> e mentre lo diceva la notte prendeva ancora il sopravvento e il sonno le dava la forza per continuare ad urlare il giorno successivo.
I giorni passavano e una mattina si stava scaldando con la luce del giorno quando pensò che il suo principe era partito perché aveva bisogno di conoscere gli altri per conoscere se stesso.
Per capire cosa avesse nel cuore e cosa volesse chiedere al destino.
Viaggiare era un modo per scoprire il cuore degli altri e capire il proprio.
Aveva solo bisogno di vedere un cuore da vicino e…la rosa era triste perché per colpa dell’orgoglio lei non gli aveva donato il proprio.
La notte arrivò come tutti gli altri giorni e la rosa cominciò spargere il suo profumo per tutto il pianeta. Un giorno il principe sarebbe arrivato e lei sarebbe stata ancora lì, ad aspettarlo, ad aspettarlo per donargli il suo cuore e il suo profumo.
Per tutta la notte spinse il suo profumo in ogni angolo del pianeta, anche nel più remoto, anche nel vulcano spento e tra le radici dei baobab. Per tutta la notte si affaticò e non si chiuse tra i suoi petali. Il freddo cominciò a soffiare forte ma a lei non interessava. Voleva solo lasciare al suo piccolo principe il suo cuore. A lei non interessava e pian piano si ammalò.
Tossiva, tossiva forte e le cominciarono a cadere le spine. Caddero a terra ma lei quasi non se ne accorse perché voleva solo lasciare tutto il suo profumo al piccolo principe.
Il vento tirava forte e la rosa non si copriva, tirava talmente forte che cominciarono a caderle i petali da dosso. Ma… a lei non interessava. Lei continuò finché non ebbe esaurito l’ultima aura di profumo che il suo cuore potesse donare. Fu allora che cadde svenuta, nel freddo della notte. Nel gelo della solitudine.
La luce la svegliò per quella mattina ancora, ma lei ormai aveva capito che insieme al tramonto sarebbe arrivata anche la morte e alla rosa non importava. Lei voleva solo che il suo principe trovasse un pianeta profumato, un pianeta intero che gli parlasse di lei . Un pianeta d’amore, un posto dove ogni angolo gli sussurrasse l’amore che la rosa provava per lui.
Una cometa passò sul pianeta quando mancavano ancora alcune ore al tramonto e come per miracolo il piccolo principe piovve dal cielo.
La rosa era felice.
Era felice davvero, come nessuno può esserlo. Era felice perché aveva vissuto nel giusto, aveva dato la sua vita ad un amore che finalmente era arrivato.
Il piccolo principe corse da lei a la raccolse da terra appoggiandola ad un sasso.
<Dolce rosa, mia dolce piccola rosa cosa ti è successo?>
Con le poche forze rimaste la rosa spinse il suo gambo ormai senza spine fino alla faccia del piccolo principe per accarezzarlo con tutto l’amore di chi per amore muore.
Lo guardò e gli disse <il vento è stato più forte di quanto pensassi e forse…avrei fatto bene a farmi mettere di nuovo sotto la campana di vetro quando sei partito.>
Il piccolo principe era in lacrime e non sapeva cosa dire. Era partito dall’unico posto dove voleva stare e aveva lasciato che il freddo uccidesse la sua rosa. Era partito e ora che era lì con lei non sapeva come salvarla.
La rosa disse ancora<Però…è stato meglio così. Quando non ci sarò più avrai comunque il mio profumo. Nascosto in ogni angolo, sotto ogni sasso e perfino lì tra le radici dei baobab sentirai il mio profumo sussurrarti due dolci parole. Ti amo. Ti amo piccolo principe e non sono altro che uno stupido e orgoglioso fiore ma ti ho lasciato tutto ciò che ho di più bello. Il mio profumo e il mio cuore.>
<Non dirmi così, mia dolce rosa> e intanto piangeva. Piangeva forte, così forte che il tramonto arrivò con molto anticipo. Arrivò lì di corsa, per vedere da dove nascesse tutto quel dolore.
Arrivò e si fermò a regalare un ultimo sogno a chi ha vissuto per giorni interminabili un incubo.
L’incubo di chi ama per troppo tempo chi non c’è, e… ora che è tornato è il tempo ad andarsene.
La rosa moriva serena ed era contenta di poter guardare un ultimo tramonto col suo principe. Il suo adorato piccolo principe.
Lo guardava serena e mentre tirava l’ultimo respiro lasciò che un piccolo seme ricadde nelle mani del principe. <Piantalo perché rinascerò la prossima primavera e ci ameremo per sempre>
Morì col sorriso nell’anima. Il sorriso di chi pensa di essersi guadagnato la felicità.
Il piccolo principe impazzì di dolore e pianse finché le lacrime non finirono. Lui purtroppo sapeva quello che la rosa non sospettava nemmeno.
Sul suo piccolo pianeta c’è una legge. Chi sbaglia paga. Lui e la sua rosa non si sono amati, lei è stata orgogliosa e lui è stato stupido a non accontentarsi del suo profumo ma a cercare la felicità nelle sue parole.
Chi sbaglia paga. Chi perde l’amore è giusto che non lo abbia e così quel seme divenne duro come il marmo e poi di colpo svanì in una piccola nuvola di fumo.
Chi sbaglia paga e…il piccolo principe pianse e pianse forte, così forte che le stelle si fermarono e il tramonto si decise a non andarsene. Pianse così forte che cominciò a crescere e divenne un principe vero, uno in carne ed ossa. Uno di quelli che ha sofferto davvero.
Pianse e quando le lacrime proprio non esistevano più perchè tutte erano fuggite dai suoi occhi, allora prese la sua sedia e si sedette ad ammirare quell’infinito tramonto.
Stava seduto lì e gli piangeva il cuore, il cuore che le lacrime non le finisce mai. Un cuore grande come è grande quello di un principe vero, il cuore di chi ha sofferto tanto e le lacrime le ha finite. Le lacrime di chi ha pagato il suo errore, le lacrime di chi è fuggito dall’amore, di chi è stato amato per troppo tempo e non ha avuto il tempo per amare.
Ha pianto come chi aspetta la fine, come chi aspetta di sciogliersi nell’infinito spazio dell’universo per restare sempre affianco a qualcuno che la vita ti ha portato via, qualcuno che ti ha lasciato un pianeta d’amore.
Qualcuno come una rosa orgogliosa.
Come la sua rosa. La sua piccola e dolce rosa.
Piccola biografia del mostro di cristallo
Non credo che si possano scrivere delle fiabe sui mostri.
Non credo che ci sia qualcuno abbastanza illuso da confidare che anche chi non ha un’anima possa avere un cuore.
Non credo sia il caso di cominciare con frasi del tipo “C’era una volta..” perché non saprei dirvi di che giorno parlo, non saprei parlarvi degli anni che vi racconterò ma ho questa storia da scrivere e lo faccio per non perderla, per dirmi che forse davvero l’amore esiste ed è una delle poche cose che il tempo non può cancellare.
Questa è la storia di quello che rimane, di quello che il vento non sa portare via e delle illusioni che tutti provano a cancellare.
Questa è la storia di un uomo senza storia, la vita di chi non ha vissuto e l’amore di un sogno lontano.
Non saprei dirvi perché, ma un giorno il vento dell’ovest rapì un viandante e lo rinchiuse in una grotta magica, ricoperta di cristallo, lunga come l’orizzonte e profonda come l’oceano.
Percorrendo tutta la grotta si arrivava al centro del Mondo e lì le formiche avevano creato un foro che arrivava fino alle stelle, così che il viandante potesse vedere il cielo e continuare a sognare.
Le formiche gli portarono da ogni luogo i semi delle piante più belle e lì, al centro del mondo, dove nascono tutte le terre e tutti i fiumi, il nostro viandante piantò il giardino più bello dell’universo.
Gli anni passarono e giorno dopo giorno il povero viandante divenne il mostro di cui vi sto per raccontare la storia, divenne lentamente trasparente come la sua stessa prigione e quando un giorno non vide più il riflesso del suo volto nell’acqua pensò di aver perso per sempre la vita senza essere ancora morto.
Guardava le stelle e nel cuore teneva stretta la speranza che un giorno sarebbe arrivata la felicità, sarebbe arrivata e l’avrebbe condotto in cima a quel foro dove si poteva sentire il profumo delle stelle.
Guardava le stelle e con quella speranza curava il suo giardino e con gli arbusti creò delle ceste nelle quali depose i suoi frutti più belli. Affidò le ceste alla corrente dei fiumi, che salendo in superficie portarono i suoi frutti a tutti i villaggi del mondo e la fata dell’est, per ricompensarlo, gli offrì in dono l’opportunità di esprimere un desiderio.
“Io non sono una grande maga e i miei poteri non possono nulla contro la forza del vento dell’ovest, ma se posso esaudire un tuo piccolo desiderio, io lo farò, perché il tuo cuore è puro come il cristallo in cui vivi”
“Piccola fata ti prego, se puoi, mostrami una principessa, mostrami la più bella principessa che vive sul mondo e lascia che io la possa guardare”
La fata esplose nella grotta e la sua voce riecheggiò tra i cristalli dicendo: “mio povero viandante farò molto di più: ogni giorno potrai vedere il suo volto riflesso qui tra i cristalli della tua prigione, e l’eco della tua voce potrà raggiungerla e io stessa ti porterò le sue risposte”.
Sulle pareti della grotta apparve la più bella creatura che il Sole avesse mai baciato con i suoi raggi, così bella che quell’invisibile mostro subito se ne innamorò, così bella che una lacrima d’argento cadde dalla guancia del povero viandante sventurato.
Era bellissima, bella come il sogno di una notte senza fine, come la forza silenziosa del vento, come la candida freschezza del ghiaccio, così bella che il principe le disse: “Donna mia, tanto più mia quanto più vive in te l’immenso. Sei l’urlo spietato dell’essenza confusa e soffocata, la sconvolgente effusione di libertà, il coinvolgente sorriso dell’universo. Il canto divino di una storia inventata in un firmamento di musica senza scale.”
Era bella come la rugiada che al mattino risveglia la foresta, e i suoi occhi erano più belli delle stelle che il nostro viandante aveva imparato ad amare, ma purtroppo quegli occhi da troppo tempo piangevano molte lacrime. Da lunghi mesi la principessa era rinchiusa in una torre senza uscita e senza alcuna speranza piangeva la sua triste sorte.
Il mostro di cristallo chiese alle formiche di andare in ogni dove a raccogliere le più belle storie che il mondo conoscesse e cominciò a raccontarle una ad una alla principessa e le raccontò storie allegre, così allegre che lei rise e mentre rideva i cristalli della grotta brillavano come l’alba dell’inizio dei tempi; le raccontò storie tristi, così tristi che la principessa pianse e quelle lacrime sciolsero il cuore trasparente del nostro sventurato amante che mai si azzardò a raccontare la sua vuota storia di una vita senza storie.
Le disse “un giorno verrai qui…nel mio castello (e mentre lo diceva il cuore suo piangeva lacrime azzurre come l’acquamarina perché stava mentendo e stava sognando una vita che non sarebbe mai arrivata), verrai qui e ti stringerò forte a me (e ancora di più si sentiva vuoto e trasparente perché sentiva il peso di quello abbraccio che non poteva dare ), ti stringerò forte e saremo felici e..” E poi non aveva più parole perché non ci sono parole per descrivere l’amore di chi non può amare.
Quanto pianse il principe, pianse così forte che i fiumi straboccarono in ogni continente e la fata dell’est gli disse: “darò la mia stessa vita per lasciarti un pezzetto di felicità, morirò così velocemente che per un’ora potrai stare lì, accanto a lei, mentre dorme così profondamente che nemmeno sentirà la tua presenza. Un’ora, un’ora sola e poi tutto svanirà ma potrai dire di essere stato felice. Almeno per un istante”
Di colpo la fata cadde morta nelle acque dei fiumi che la trasportarono fin sulla luna e in un istante il mostro di cristallo era accanto alla principessa che dormiva così soffice da sembrare un boccone di nuvola lasciato in pasto alla notte.
Dormiva così bella che per un istante il viandante riprese colore e quando stava per svanire l’incanto accarezzò la sua guancia e baciò le sue labbra e lei si svegliò e guardò dritta di fronte a se la felicità di chi vive senza essere vivo. Il viandante perse di nuovo tutto il suo colore e un arcobaleno lo riportò dritto nella sua grotta portandolo però così in alto che sentì, per un istante, il profumo delle stelle.
Un fulmine squarciò la torre della principessa che finalmente fu libera e pensò di correre dalla voce che per tante notti aveva allietato i suoi sogni ma…in un istante la paura di essere di nuovo rinchiusa in un castello senza uscita la paralizzò e decise di andare a perdersi per il mondo, e andò così lontano che l’eco della voce del mostro di cristallo non raggiunse più le sue orecchie e insieme alla felicità, il povero viandante perse anche la speranza di un giorno migliore.
Il giardino cadde in disgrazia e le stelle cominciarono a perdere brillantezza.
Giorno e notte il povero viandante cercava nel cristallo il ricordo della sua principessa e poi un giorno, senza un vero perché, il vento dell’ovest cominciò a soffiare così forte nella grotta che spezzò il cristallo in pezzi così sottili che trafissero il cuore trasparente del povero sventurato.
Il vento dell’ovest distrusse tutto, spazzò via il giardino e ogni sua pianta e lasciò il viandante solo come la notte più nera, morto dentro come una stella che non brilla.
Solo un tulipano rimase in piedi accanto al viandante che stava svenuto sotto al foro da cui si vedevano le stelle che non brillano.
La principessa intanto aveva girato il mondo intero e stava per andare tra le stelle per cercare quello che in questo mondo non aveva avuto mai, ma prima di partire gli apparve in sogno la voce del mostro di cristallo che sottile come il rimpianto disse “addio..”.
La principessa girò il mondo intero sperando di trovare quella voce, e di continente in continente si mosse sperando di rintracciarlo e quando aveva perso le speranze cadde nel foro che avevano scavato le formiche e piovve accanto al mostro di cristallo.
Lui le raccontò tutta la sua storia, tutte le sue bugie, le sue menzogne e le sue speranze.
“Questo è l’ultimo fiore del mio giardino, il più bello che io abbia mai posseduto e lo dono a te per la felicità che mi hai saputo regalare” dette queste parole per un’ultima volta accarezzò le guance della principessa che pianse sul suo corpo inesistente e allora quello che prima era un piccolo foro divenne uno squarcio così grande che le stelle piovvero nella grotta. Piovvero così forti che la Principessa svenne.
Quando le stelle smisero di piovere la principessa aprì gli occhi e vide il corpo di un uomo che la stringeva così forte che sembrava quasi amarla e per molti giorni stette lì con lui e accanto a quell’unico fiore piantarono un nuovo giardino di tulipani. Insieme.
Da qui in poi non so più nulla.
Si dice che forse la principessa sia partita. C’è chi dice che invece sia rimasta lì, in quel giardino dove anche un sorriso può fare rumore.
Io so solo che un giorno incontrai il viandante e aveva gli occhi di chi ha vissuto senza vivere e mi ha fissato con quegli occhi di cristallo e mi ha detto “ un giorno, mentre io e la mia principessa stavamo piantando il giardino dei tulipani, lei era accanto a me a guardare le stelle danzare e aveva un vestito rosso ed era bella, bella come il canto divino di una storia inventata in un firmamento di musica senza scale.”
Ma dai, hai messo anche questa sul blog..?
E’ un regalo per me..