Ultima fiaba

È la storia di un turista.

Un turista che gira per Barcellona giocando con il suo yoyo.

Un turista che passeggia fissando il suo yoyo per non sbagliare.

Un ragazzo, uno di quelli che se gli avessi chiesto un parere, ti avrebbe risposto dicendo <<Per quello che conta io credo che…>> come se avesse avuto paura di far pesare la sua anima sul mondo, e sotto quel peso farlo crollare negli abissi dell’universo.

Un ragazzo che ama passeggiare, che ama camminare per le strade di Barcellona mentre gioca con quel vecchio giocattolo di legno che gli è stato donato il giorno del suo settimo compleanno, giocare con quello yoyo a forma di coccinella, lasciarlo scivolare sulla sua anima di corda e richiamarlo nella sua mano, una lunga mano dalle dita affusolate con cui stringeva quella piccola coccinella di legno che quasi sembrava stesse in gabbia; passeggiare senza fissare la strada, senza guardare i passanti o nient’altro che non fosse il suo yoyo.

Un giorno poi arrivò a Barcellona e la visitò in lungo e in largo fissando la sua vecchia coccinella di legno, e dunque non ne apprezzò i palazzi, le persone e nemmeno il cielo.

Camminava, camminava ogni giorno come se avesse dovuto pulirsi l’anima da qualche peccato o da qualche ansia, e poi di notte arrivava sulla spiaggia e si lasciava andare sulla sabbia, come per perdere la sua anima nel vento mischiandola con la rena mentre fissava le bianche stelle lontane.

Poi di mattina, col primo raggio di Sole si svegliava e senza nemmeno degnare d’uno sguardo l’alba, dava le spalle al mare e ricominciava a camminare, come se scappasse da se stesso.

Camminava ormai da anni e senza sosta si spostava da solo di città in città e di quelle città non vide altro che non fosse il suo yoyo: quella coccinella di legno che ormai cominciava a sbiadire mentre lentamente la corda si lacerava.

Dovunque andasse passava inosservato: se l’avessi incontrato per strada non l’avresti giudicato nemmeno eccentrico, avresti solo visto qualcuno passeggiare a occhi bassi, giocando con uno yoyo, fissando solo quello yoyo a forma di coccinella.

Molte città le attraversò soltanto.

Passò attraverso Tokyo, Roma, Parigi, New York e mille altre città senza fermarsi più di una notte, attraversandole come fossero giganteschi ponti verso la felicità.

Però un giorno arrivò a Barcellona e lì decise di rimanere, senza mai fermarsi, passeggiando soltanto, cercando di esserci senza però starci veramente, come se fosse stato in cerca di antiche verità perdute, come se fosse figlio di qualche ansia senza tempo.

Di quella città non vide nulla: non vide i cieli di Spagna che quasi sembrano disegnati con linee prospettiche evidenti persino all’occhio umano, cieli che sembrano quasi concentrarsi in un punto solo, un punto da cui il cielo sembra quasi cominciare; di quella città non vide i sogni incantati di Gaudì, non vide quei palazzi che sembrano quasi vivi, come se si muovessero un poco ogni notte, come se potessero spostarsi in giro per la città mentre tutti dormono e durante quelle passeggiate crescessero; non vide gli estrosi artisti di strada e non vide nemmeno la gioventù spagnola che cresce tra musiche e giochi; non vide lo spettacolo di luci e colori nella notte del Montjuïc e non si perse nelle paradisiache notti catalane dove la città non dorme mai e poco prima dell’alba quasi si appisola, ma già i corridori mattutini la risvegliano prima che spunti il primo raggio di sole.

Camminando per Barcellona vide solo il suo yoyo e di notte fissava le stelle, solo per qualche minuto prima di dormire, ma nell’aria sentiva la bellezza di quel luogo, nel sapore dell’acqua densa che sboccia dalle fontane e nei profumi variopinti dei suoi vicoli sentiva l’essenza stessa di quella città, ne sentiva battere il cuore e questo gli bastava.

Non aveva bisogno d’altro, nient’altro da vedere o da sentire.

Quella era la città che ti insegna a cercare qualcosa, cercarlo intensamente per perdertici con tutto te stesso e raggiungere la felicità.

Quella era la città che stava cercando.

Un giorno poi cadde la pioggia, verso la fine dell’estate, lì tra il mare e le nuvole.

Goccia dopo goccia l’acqua cominciò a lavare le strade, a portare via la polvere, le persone e tutti i loro pensieri.

La storia che sto raccontando è quella di Didì e mentre cadeva la pioggia, lui se ne stava in silenzio sotto a un pannello, per non bagnarsi.

Il rumore cadenzato della pioggia che scende gli faceva compagnia e gli dava il giusto ritmo per continuare a giocare con il suo yoyo.

Poi si alzò un vento freddo e Didì cominciò a camminare, lì tra le strade deserte, sotto la pioggia, contro il vento.

Il vento poi si alzò ancora di più, così forte che quasi poteva strapparti i ricordi e Didì continuò a camminare ma ormai gli era impossibile usare il suo yoyo e lo mise in tasca mentre si copriva gli occhi con le mani.

Continuò a camminare, quasi camminasse sopra le acqua, quasi che i piccoli torrenti d’acqua piovana lo accompagnassero verso il mare dove la pioggia s’era calmata. Lì però il vento tirava ancora forte e gli tirava la sabbia addosso, come se volesse cacciarlo il più lontano possibile.

Il rumore del vento gli spezzava le orecchie e dentro al cuore sentiva il rimpianto sordo del mare in tempesta.

Vedeva le onde alzarsi imponenti e cercò di raggiungere la riva, ma all’improvviso, dritto dal mare, gli piombò addosso il corpo di un uomo dai capelli scuri.

Caddero a terra, rotolarono sulla sabbia e svennero.

Didì svenne e cadde in un sonno profondissimo, come se non dovesse mai svegliarsi.

Sognò un posto che sapeva essere molto lontano.

C’era un prato vastissimo, che arrivava fino all’orizzonte, bagnato di rugiada.

Lontana chilometri c’era una fila d’alberi e sopra agli alberi il tramonto: appena sopra alle foglie, il cielo era ancora illuminato di un arancione caldissimo che salendo, piano piano si schiariva nel bianco e salendo ancora il bianco cambiava colore a poco a poco, come fosse un segreto, e diventava blu come la notte per permettere alle stelle di brillare.

Stava fissando la stella polare quando poi riabbassò lo sguardo e si trovò proprio tra gli alberi che stava guardando poco prima. Accanto a lui, di spalle, c’era un ragazzo dai capelli scuri, seduto su uno sgabello a dipingere il tramonto.

Gli girò intorno e cercò di vedergli il viso: quel pittore, al primo sguardo sembrava Didì stesso ma in realtà aveva una pelle più liscia e di un colore diverso, come se il mare l’avesse levigata e avesse lasciato su quella pelle il suo candore e il suo scintillio.

I capelli di quel pittore erano uguali a quelli di Didì, il suo mento era lo stesso, come lo erano anche le mani, ma gli occhi no: quelli erano più larghi, come se con un solo sguardo avessero potuto guardare l’universo intero.

Poi i loro sguardi si incrociarono e poggiando il pennello, quello disse a Didì <<Seguimi>>.

Si alzò dallo sgabello, andò tra gli alberi e tra le fronde mostrò a Didì una casa, la raggiunsero , ne aprì la porta e chiese a Didì di entrare.

Era un piccolo villino rosa, anticipato da un lungo viale di limoni, e sulle pareti c’erano alcune pietre ruvide di un colore molto più chiaro, quasi bianco.

Il tetto, i pavimenti, le finestre e la porta erano di cristallo così che la luce e il buio potessero entrare senza chiedere il permesso.

Didì entrò e dentro quella casa c’era tutto ciò che aveva sempre cercato, era lì, a un passo da lui, e nel cuore gli salì un’emozione così forte che si svegliò di soprassalto.

Quando riaprì gli occhi vide il corpo che durante la bufera gli era piovuto addosso, lo guardò con attenzione e scoprì che aveva proprio le sembianze del pittore che aveva sognato fino a pochi istanti prima.

Ne ebbe l’assoluta certezza quando anche quello si risvegliò e lo guardò con gli stessi occhi che l’avevano fissato in sogno, e allora gli disse <<Portami nella tua casa! Ti prego portami con te perché tu possiedi ciò che ho sempre cercato! È lì, oltre al viale dei limoni, dietro a una porta di cristallo!>> .

Un po’ intontito, quell’uomo piovuto dal mare gli rispose che non aveva alcuna casa, che non possedeva nulla oltre al suo nome e che da sempre la sua casa era stata il mare con le sue onde, i suoi scogli e le sue spiagge.

Si chiamava Blaise, aveva qualche anno in meno di Didì e gli occhi di chi non ha mai abbandonato l’acqua del mare, dell’oceano profondo come i suoi stessi occhi.

Per un attimo Didì pensò di essersi sbagliato, ma fissò quegli occhi neri come la notte e gli piombò nel cuore la certezza che solo attraverso quella persona sarebbe giunto al suo scopo e gli disse <<Blaise ti prego, costruisci con me una casa, un piccolo villino con pietre chiare, quasi bianche. Avrà il tetto e i pavimenti e le finestre e le porte di cristallo, così che la notte e il giorno saranno un tutt’uno con la casa stessa. Poi un viale pieno d’alberi di limoni e alla fine di quel viale una casa dove se guardi fuori vedi il tramonto e verso sera, quando il Sole tocca il mare, nel cielo vedi l’arancione, un arancione caldo che salendo lascia il posto al bianco che poi piano piano, come fosse un segreto, diventa blu e in quel blu brillano le stelle>>.

Blaise lo guardò per un attimo, poi si alzò da terra e fissò il mare e mentre abbracciava il vento gli rispose <<Ogni istante della mia vita l’ho vissuto sulle acque di questo mare che per me è padre e madre allo stesso tempo, un amico, un confidente, la migliore delle compagnie e soprattutto è ciò che in tutta la mia vita ho imparato ad amare. Non potrei mai abbandonarlo e non c’è nessuna casa, in nessun luogo del mondo, dove potrei vivere. Questo è il mio mondo e lontano da questo mondo potrei solo morire>>.

Didì si mise a ridere e quasi urlò quando disse <<Allora costruiamola nel mare la casa che ti ho descritto!>> e poi continuò <<Scaveremo un condotto che arrivi oltre l’orizzonte, lo scaveremo nella sabbia, sotto l’acqua di quel mare che tanto ami. Quando saremo al centro del mare pianteremo palafitte, e su quelle palafitte poggeremo le fondamenta della casa e un pontile di legno simile a un vialetto, e su quel pontile poggeremo vasi di marmo in cui cresceranno alberi di limone. Sarà “La casa del mare”, potrai viverci e dormirci, e avrai sempre il mare lì con te e quando vorremo prenderemo quel condotto tra acqua e sabbia e torneremo in questa città che non dorme mai, che ama senza sosta e che respira insieme al ventre del mare>>.

Blaise era di spalle, voltò il viso di tre quarti e lo fissò con occhi sorridenti, poi alzò lo sguardo al cielo: il Sole toccava quasi il mare, anzi si era già immerso quasi del tutto e sembrava una gigantesca palla rossa che sbiadiva nel cielo tingendolo d’arancione, un arancione caldo caldo che ti scaldava il cuore. Salendo verso lo zenit l’arancione lasciava il posto al bianco che piano piano, proprio come fosse un segreto da sussurrare, diventava blu e in quel blu brillava la prima stella della notte.

Blaise si voltò verso Didì, sorrise, si inginocchiò e cominciò a scavare a mani nude quello che poi sarebbe diventato un condotto che portava oltre l’orizzonte.

Si misero a scavare insieme, a mani nude, nella sabbia, durante la notte.

Scavando nella sabbia Didì non osava guardare il suo compagno: aveva paura di incontrare il suo sguardo e in quegli occhi dare strada al tarlo del dubbio.

Fu Blaise a rompere gli indugi e senza smettere di rosicchiare la sabbia, lanciando a Didì solo uno sguardo fugace gli chiese <<Cosa ti spinge in mezzo al mare a cercare risposte? Cosa ti da la forza o il dovere di credere in un sogno? Raccontami la tua storia: dimmi cos’hai visto, cosa cerchi, e parlami di ciò che hai conquistato e di tutto quello che hai perduto>>.

<<Mi chiamo Didì >> e mentre le parole uscivano dalla bocca, i dubbi uscivano dal cuore <<Sono nato in un pomeriggio d’aprile da quella che mi hanno detto essere la donna più bella che avesse mai camminato sulla Terra. Era così bella che mio padre le fece costruire una gigantesca biblioteca in un’isola sperduta dell’oceano . Quella biblioteca era più grande di tutte le piramidi d’Egitto, così alta che dalla sua cima potevi vedere contemporaneamente l’alba a est e il tramonto a ovest, e sui suoi scaffali era custodito tutto ciò che gli uomini avessero mai scritto. In quelle mura era raccolta ogni storia che gli uomini avessero mai narrato, ogni loro pensiero e la saggezza di ogni civiltà, anche quelle che la storia ha dimenticato.

Pochi giorni dopo la mia nascita mi abbandonarono in quella gigantesca biblioteca, davanti ai libri della lettera “D” così che quando il custode della biblioteca mi trovò, decise di chiamarmi Didì.

Mi allevò lui, e benché non seppe dirmi il motivo della partenza dei miei genitori, mi giurò che non erano partiti a causa mia.

Gli anni passarono e dei miei genitori non seppi nulla e quell’anziano custode mi crebbe con grande amore, come fossi stato suo figlio. Cercò di insegnarmi tutto ciò che la vita gli aveva insegnato nella sua lunga esistenza e quando poteva, sotto la sua lunga barba bianca, mi costruiva piccoli giocattoli di legno.

Il giorno del mio settimo compleanno mi regalò questo yoyo a forma di coccinella, sperando che potesse portarmi fortuna e il giorno dopo mi chiese di raggiungerlo nella sua piccola casa: era una di quelle notti gelide di Dicembre dove il cielo è così limpido che si possono contare le stelle, e in quella notte lui stava morendo.

Era nel letto e una piccola candela azzurra illuminava la stanza.

Mi chiese di avvicinarmi e muovendo la barba con le labbra mi disse <<Vedi piccolo mio, fuori dalla finestra, oltre la vallata, c’è una barca che quando vorrai ti porterà lontano da quest’isola. Speravo un giorno di accompagnarti oltre l’oceano ma purtroppo questo mio viaggio è terminato. >> io gli immersi una mano nella folta barba bianca che era morbida come una pagnotta di pane caldo, e gli poggiai la testa sul petto e cominciai a piangere. Mi asciugò le lacrime e mi disse <<Non piangere per me perché la vita mi ha amato anche più di quanto meritassi, e tutto ora mi pare che abbia un senso, una coerenza e una chiarezza che voglio abbracciare. Resta qui, accanto a me, e cerca di ascoltare questo silenzioso richiamo dell’universo all’ordine delle cose.

Resta qui, accanto a me e ascolta questo vecchio cuore battere, battere solo per te e pensa che ogni suo battito l’ho rubato alla morte, per darti tutto il bene del mondo.

Resta qui e quando non sentirai più il mio cuore battere, esci da questa stanza e getta a terra quella candela azzurra: brucerò insieme al resto dell’universo e il viaggio verso l’aldilà sarà così breve che non proverò alcuna pena.

Leggi Didì, leggi tutti quei libri, leggine più che puoi e cerca di trovare sempre la voglia di scoprire nuovi mondi: la curiosità è più importante persino della scoperta perché solo quella può dare un senso alla tua vita.

Leggi Didì, leggi finché la voglia di vivere non ti esploderà nelle vene e sentirai l’angoscia di ogni secondo perduto: quel giorno sarai pronto per lasciare questo luogo, andare oltre l’oceano e cercare la risposta ad ogni tua domanda >> Non ricordo molto di più di quella notte. Me lo ricordo lì, in silenzio, in quella stanza illuminata da una candela celeste che sembrava non dovesse mai smettere di bruciare. Lì a respirare in silenzio finché poi il suo cuore non decise di tacere.

Rovesciai quella candela: in pochi minuti tutto preso fuoco e la cenare saliva dal basso verso l’alto come fosse neve al contrario che poi di nuovo si immergeva nella Terra passando tra le nuvole nere del fumo denso.

Tornai in quella biblioteca e da lì non uscii per molti anni.

Lessi ogni storia che i miei occhi poterono abbracciare finché poi non mi sentii io stesso un libro, come se fossi stato così pieno degli altri uomini che non potessi più essere io stesso un uomo.

Avevo dimenticato il significato della vita stessa e una mattina mi accorsi di non avere ricordi, nemmeno dell’anziano bibliotecario che rubò mille battiti di cuore alla morte. Presi allora la coccinella che mi aveva regalato e ci giocai per tenerlo stretto al cuore, per non perdere l’unico ricordo della mia esistenza e da quel giorno non ho più smesso di giocare con questo yoyo, forse per non scordare l’uomo a cui devo la vita.

Quella stessa mattina, quella in cui persi i ricordi, decisi di partire, di cercare la vita stessa e di trovarla passando attraverso l’inizio di tutto: i miei genitori.

Me ne andai da quell’isola proprio in un pomeriggio d’aprile e prima di andarmene bruciai alcune pagine del mio libro preferito e poi tanti altri libri insieme, così tanti che la cenare saliva dal basso verso l’alto come fosse neve al contrario che poi di nuovo si immergeva nella Terra passando tra le nuvole nere del fumo denso.

Me ne andai da quell’isola e non ci tornai mai più.

Al mondo non trovai nulla di più bello di questa città, nulla di più bello dei suoi profumi e dei suoi sapori, come se in sottofondo si sentisse lo scroscio dei sogni che piovono dal cielo.

Poi in questa città sei arrivato tu, e prima ancora che ti conoscessi ti avevo già visto nel mio sogno, dentro ad una casa rosa, anticipata da un lungo viale di limoni e dentro quel villino dai pavimenti di cristallo c’erano i miei genitori: due sagome estranee che sapevo però essere loro.

Non so dirti perché ma sento che questa è la mia strada e so che li troverò prima o poi, come se sapessi già dove sono>>.

Dette queste parole tra i due piombò di nuovo il silenzio e nella notte di Barcellona, sotto l’acqua del mare, si sentiva solo il rumore della sabbia che viene scavata.

Scavarono ancora molto a lungo, forse per mesi o addirittura anni o magari anche solo un’ora finché non diedero vita a una lunghissima caverna di sabbia scavata sotto al mare e rivestita di un materiale isolante che non la facesse cedere sotto al peso dell’acqua.

Arrivati poi oltre l’orizzonte piantarono un gigantesco cono d’acciaio che dalle profondità degli abissi li potesse condurre al livello del mare e lo rivestirono di maioliche colorate in modo che diventasse simile ad un drago cinese dalle fauci spalancate.

Era l’alba quando si fermarono per riposare e un piccolo sole giallo saliva da lontano, così lontano che nessun tunnel avrebbe potuto mai raggiungerlo. Guardando il Sole Didì disse <<Tutte le mattine mi sveglio e cerco qualcosa in grado di dare un senso alla mia vita, qualcosa per cui valga la pena svegliarsi o magari non mangiare o non dormire la notte. Leggere tutti quei libri, tutti quei pensieri e tutte le anime di chi la ha plasmati, ha plasmato anche l’anima mia. È come se avessi dentro di me i valori di ogni uomo, di ogni civiltà e di ogni tempo, e possedendoli tutti è come se non ne possedessi nessuno.

È come se trovando i miei genitori potessi trovare dei valori miei, soltanto miei e di nessun altro, valori su cui fondare un punto d’inizio e da lì tracciare una strada tutta mia, una vita tutta mia a cui poter dare un senso.

Trovare l’essenza dell’universo e poi darle un senso, questo forse è il mio scopo.>>

Blaise accolse con un sorriso beffardo le parole di Didì <<Non c’è un motivo per cui il mare continui da sempre a scagliarsi contro gli scogli>> gli disse <<non c’è un motivo per cui il nostro essere venga strappato dalle fibre del caos e portato alla vita finché poi la morte non ci trasporti di nuovo nel regno del nulla.

L’uomo è così insulso da creare rapporti, così sciocco da inventare fratellanze e amori in grado di consolarlo, illudendolo che ci sia qualcosa in grado di resistere al passaggio del tempo e ha paura del fatto che in realtà a questo mondo nulla sia duraturo: tutto si consuma, tutto si spezza collassando su se stesso.

Tutto finisce: amore, amicizia, sogni e voti eterni.

Io ho vissuto tra le onde del mare come tu hai vissuto tra le pagine dei tuoi libri, ma il mare è più sincero degli uomini: in lui tutto è in movimento e tutto termina alla velocità del suono.

Gli uomini tentano di far durare tutto ciò che amano, ma questa è una lotta inutile perché tutto è soggetto alla legge del caos e nulla è per sempre.

C’è l’uomo, la grande menzogna dell’eternità e l’infinita vanità del tutto.

In quella casa non troverai nulla e le sue pareti rosa, i suoi pavimenti di cristallo e persino i suoi limoni spariranno nel mare. Come noi due.

Se sono qui accanto a te è perché mi fai pena, e vorrei dimostrarti ora l’infondatezza delle tue illusioni e darti così un po’ più di tempo per vincerle.

Quando sarà tutto finito scoprirai che l’unico vero piacere è stare qui, nel mare, a vedere il caos che ingoia tutto ciò che gli è stato rubato finché poi un giorno non sarai inghiottito anche tu>>.

Nella parole di Blaise c’era tanto affetto, c’era quasi un desiderio di protezione contro quel male così abbietto da nascondersi tra i sogni degli uomini.

Stettero lì, in silenzio, a guardare l’alba chiusi nella bocca di un drago spuntato dal mare.

Quando ormai il Sole era alto nel cielo tornarono in città a prendere mattoni, picconi, cemento, assi di legno, lastre di cristallo e tutto ciò che sarebbe servito loro per la costruzione della Casa del Mare.

Credo che abbiano speso anni nella costruzione di quella casa, forse decenni o magari più di una vita intera e non saprei nemmeno come abbiano fatto a trasportare tutto quel materiale da soli, però non mi interessa: questa non è una storia sul tempo che passa, ma su ciò che gli uomini fanno mentre gli anni trascorrono e le stagioni si susseguono.

In tutto quel tempo Didì raccontò a Blaise storie di personaggi le cui azioni avessero uno scopo, storie che regalavano a quei protagonisti gli occhi per vedere il paradiso e andare oltre l’entità caotica dell’universo.

Raccontò la storia dell’usignolo di Oscar Wilde, quello che morì spingendo il petto contro la spina di un albero di rose, così che potesse nascere una splendida rosa rossa da donare a un giovane studente innamorato che con quel fiore avrebbe conquistato la sua amante.

Raccontò la storia del Principe Felice e della sua rondine, e del loro amore che era così forte che vinse anche la morte.

Raccontò la storia del Piccolo Principe che si dovette perdere nell’universo per capire quanto amasse la sua Rosa e per tornare da lei accettò che un serpente lo mordesse con tutto il suo veleno.

Queste e mille altre storie gli raccontò, così tante che quando la Casa del Mare fu terminata Blaise quasi si convinse di un’alchimia in cui l’universo fosse immerso, un’alchimia in grado di controllare l’instabile movimento del caos.

Quel giorno i limoni riposavano nei loro vasi di marmo, le pareti della casa erano perfettamente rosa e il tetto di cristallo brillava come fosse lo specchio del Sole, ma il mare era in tempesta.

Il cielo divenne nero come se la notte avesse preso il posto del giorno e il mare era così rabbioso che sembrava avesse voglia di inghiottire tutta la Terra, e quel rumore d’acqua nell’acqua ricordò a Blaise quello che il mare gli aveva insegnato tanti anni prima: tutto ciò che viene al mondo prima o poi collassa su se stesso e non può fare altro che ingannare la morte dando vita a qualcosa che forse gli sopravviva ma è solo una menzogna perché prima o poi anche quell’eredità dovrà sparire.

Didì intanto guardava orgoglioso la Casa del Mare.

Andò in fondo al viale di limoni, vicino alla bocca del drago e vide quella stessa casa che aveva sognato all’inizio di tutto.

Percorse il viale alberato e si avvicinò alla maniglia della porta d’ingresso ma Blaise gli chiese di non aprirla, <<Lascia però che ora anche io ti racconti le storie che ho vissuto e conosciuto prima che ci incontrassimo>> gli disse quasi in lacrime <<Ricordo un giorno di aver visto un gabbiano volare, volare controvento sul mare per tornare al suo nido. Era una giornata come questa e il vento tirava forte e per quanto sbattesse le ali non riusciva ad andare avanti, a raggiungere il suo nido finché poi non si arrese e si convinse che il suo scopo non fosse arrivare oltre il mare, nel suo nido, ma bensì il volo stesso contro il vento.

Volò così forte che svanì nel vento e…se ti concentri, se con lo sguardo fissi il mare, ancora lo puoi vedere che sbatte le ali mentre sbiadisce nel vento.

Il suo spirito poi è piovuto nel corpo di uno studente dell’accademia di Rioblu, un posto dove insegnano ad osservare le sfumature dei colori e soprattutto quelle della vita.

Quello studente sapeva vedere o tutto bianco o tutto nero e non c’era verso che riuscisse a cogliere una qualsiasi gamma di grigio, però poi gli venne nell’anima lo spirito di quel gabbiano e la sua forza gli diede la capacità di vedere tutte le sfumature, di vederne così tante che divennero troppe e all’accademia di Rioblu nessuno sapeva capirlo e lo cacciarono.

Si trovò da solo in una notte nera e gelida e si sentiva così incompreso che volle morire intrappolato in una lastra di ghiaccio dentro a una caverna dove nessuno l’avrebbe visto, dove nessuno l’avrebbe potuto fraintendere.

Per molti anni quella lastra di ghiaccio stette a riposare nel folto del bosco, in una grotta nascosta, finché poi non la trovò un giocatore di scacchi.

Quell’uomo agli scacchi aveva consacrato la sua vita e ogni partita per lui era la risposta alle sue ansie e alle sue angosce. Era come se avesse avuto un grande buco dentro l’anima, così grande che niente potesse colmarlo oltre al gioco degli scacchi.

Poi quel giorno trovò quella strana lastra di ghiaccio i cui riflessi contenevano tutte le sfumature dei colori esistenti al mondo, le sfumature di tutti i sentimenti e di tutte le idee che gli uomini avessero avuto mai.

In quel pezzo di ghiaccio c’era quasi lo schema dell’universo intero, l’intelligenza di un essere superiore in grado di calcolare l’incalcolabile, e così tanta era la perfezione di quell’oggetto che appena il giocatore di scacchi lo toccò, quello si frantumò in miliardi di pezzi.

Tornò a casa e scoprì di essere di verso, di poter calcolare tutte le infinite mosse di una partita di scacchi, di poterlo fare senza errori.

In breve tempo divenne il più grande giocatore di scacchi del mondo e sebbene la cosa gli desse un certo piacere, in breve quel gioco gli venne a noia perché non c’era più il brivido del rischio, e insieme alla noia venne anche l’angoscia di quel buco dell’anima impossibile da riempire.

C’era poi un altro giocatore, anche lui molto bravo ma mai quanto il primo, così che tutto lo chiamarono “L’eterno secondo”. Stufo di quell’epiteto chiese un ciclo di sfide mensili: per un mese intero “L’eterno secondo” avrebbe sfidato il più grande giocatore del mondo.

Giocarono per giorni interi, senza sosta e “L’eterno secondo” perse ogni partita, finché poi una sera il suo avversario pensò di voler perdere, e allora calcolò ogni mossa e fece l’esatto contrario di ciò che la sua mente gli suggerisse, ma ahimè i suoi calcoli erano così perfetti che vinse anche andandogli contro.

Fu allora che si alzò dal tavolo e scusandosi con “L’eterno secondo” prese in mano il re bianco e si allontanò dalla stanza dicendo che presto sarebbe tornato.

Andò in balcone e guardando le stelle maledì il dono che aveva ricevuto e volle con tutto se stesso ritrovare l’antico piacere che provava giocando a scacchi, perché solo quel piacere sedava il suo cuore dall’angoscia del vivere.

Espresse così intensamente quel desiderio che le stelle si commossero e portarono il suo spirito nella pedina che il giocatore teneva in mano: da quel giorno e per sempre avrebbe vissuto così intensamente il gioco degli scacchi da farne parte, essendo egli stesso uno scacco.

Nel vano tentativo di cercarlo, il suo sfidante entrò nella stanza e non trovò nient’altro che il re bianco della scacchiera caduto a terra quando si fuse con lo spirito del giocatore che lo teneva in mano.

Raccolse la pedina da terra e tornò ad aspettare il suo avversario nell’altra stanza, ma quando non lo vide ritornare andò in giro per il mondo intero a dire <<l’avevo quasi sconfitto in quella partita, ed era così spaventato che pur di non darmi la rivincita è scappato chissà dove. Ora sono io il più grande giocatore del mondo e terrò la sua scacchiera come trofeo e la darò a chiunque riuscirà a sconfiggermi>>.

Da quel giorno tutti vollero sfidarlo per conseguire il primato mondiale, così che da allora ogni giorno si giocasse con quella scacchiera e l’uomo che è dentro al re bianco tutte le volte rischia se stesso e quel rischio lo appaga, ma sebbene riesca a sedare l’angoscia, ha rinunciato alla vita.

C’è poi una città fatta proprio come una scacchiera: una città ai confini del mondo dove ogni quartiere possiede un sentimento.

Se vuoi amare qualcuno devi stare in un luogo della città, se vuoi compatirlo però devi cambiare quartiere, ma se vuoi invece odiarlo devi spostarti ancora e c’è persino un quartiere intero dedito solo all’oblio e un altro solo per la guerra. Nelle banche di quella città si depositano sentimenti ed emozioni e non denaro.

Quella città ogni giorno muore e rinasce pochi metri dopo, nella speranza di sopravvivere alla dimenticanza. Forse però, mentre ora parliamo, è già scomparsa>>.

Si fermò per un attimo, ma poi continuò <<Come vedi non c’è niente da fare: tutto collassa su se stesso e non c’è nulla d’eterno. Vige solo la legge del caos e forse un giorno anche quello collasserà su se stesso morendo della sua stessa essenza>>.

Didì gli prese la mano, come per confortarlo in un momento di debolezza, aprì la porta della Casa del Mare e lo fece entrare per proteggerlo dalla tempesta.

Chiusa la porta gli disse <<Un’ultima fiaba non ti ho raccontato. L’ha scritta mia madre e l’ho tenuta per ultima perché è quella a cui tengo di più. La porto sempre con me, nella mia tasca>>.

Estrasse un foglio di carta dalla tasca sinistra dei pantaloni, e cominciò con voce piana a leggere parole dolci.

Non credo che si possano scrivere delle fiabe sui mostri.

Non credo che ci sia qualcuno abbastanza illuso da confidare che anche chi non ha un’anima possa avere un cuore.

Non credo sia il caso di cominciare con frasi del tipo “C’era una volta..” perché non saprei dirvi di che giorno parlo, non saprei parlarvi degli anni che vi racconterò ma ho questa storia da scrivere e lo faccio per non perderla, per dirmi che forse davvero l’amore esiste ed è una delle poche cose che il tempo non può cancellare.

Questa è la storia di quello che rimane, di quello che il vento non sa portare via e delle illusioni che tutti provano a cancellare.

Questa è la storia di un uomo senza storia, la vita di chi non ha vissuto e l’amore di un sogno lontano.

Non saprei dirvi perché, ma un giorno il vento dell’ovest rapì un viandante e lo rinchiuse in una grotta magica, ricoperta di cristallo, lunga come l’orizzonte e profonda come l’oceano.

Percorrendo tutta la grotta si arrivava al centro del Mondo e lì le formiche avevano creato un foro che arrivava fino alle stelle, così che il viandante potesse vedere il cielo e continuare a sognare.

Le formiche gli portarono da ogni luogo i semi delle piante più belle e lì, al centro del mondo, dove nascono tutte le terre e tutti i fiumi, il nostro viandante piantò il giardino più bello dell’universo.

Gli anni passarono e giorno dopo giorno il povero viandante divenne il mostro di cui vi sto per raccontare la storia, divenne lentamente trasparente come la sua stessa prigione e quando un giorno non vide più il riflesso del suo volto nell’acqua pensò di aver perso per sempre la vita senza essere ancora morto.

Guardava le stelle e nel cuore teneva stretta la speranza che un giorno sarebbe arrivata la felicità, sarebbe arrivata e l’avrebbe condotto in cima a quel foro dove si poteva sentire il profumo dei sogni.

Guardava le stelle e con quella speranza curava il suo giardino e con gli arbusti creò delle ceste nelle quali depose i suoi frutti più belli. Affidò le ceste alla corrente dei fiumi, che salendo in superficie portarono i suoi frutti a tutti i villaggi del mondo e la fata dell’est, per ricompensarlo, gli offrì in dono l’opportunità di esprimere un desiderio.

“Io non sono una grande maga e i miei poteri non possono nulla contro la forza del vento dell’ovest, ma se posso esaudire un tuo piccolo desiderio, io lo farò, perché il tuo cuore è puro come il cristallo in cui vivi”

“Piccola fata ti prego, se puoi, mostrami una principessa, mostrami la più bella principessa che viva sulla Terra e lascia che io la possa guardare”

La fata esplose nella grotta e la sua voce riecheggiò tra i cristalli dicendo: “mio povero viandante farò molto di più: ogni giorno potrai vedere il suo volto riflesso qui tra i cristalli della tua prigione, e l’eco della tua voce potrà raggiungerla e io stessa ti porterò le sue risposte”.

Sulle pareti della grotta apparve la più bella creatura che il Sole avesse mai baciato con i suoi raggi, così bella che quell’invisibile mostro subito se ne innamorò, così bella che una lacrima d’argento cadde dalla guancia del povero viandante sventurato.

Era bellissima, bella come il sogno di una notte senza fine, come la forza silenziosa del vento, come la candida freschezza del ghiaccio, così bella che il principe le disse: “Donna mia, tanto più mia quanto più vive in te l’immenso. Sei l’urlo spietato dell’essenza confusa e soffocata, la sconvolgente effusione di libertà, il coinvolgente sorriso dell’universo. Il canto divino di una storia inventata in un firmamento di musica senza scale.”

Era bella come la rugiada che al mattino risveglia la foresta, e i suoi occhi erano più belli delle stelle che il nostro viandante aveva imparato ad amare, ma purtroppo quegli occhi da troppo tempo piangevano molte lacrime. Da lunghi mesi la principessa era rinchiusa in una torre senza uscita e senza alcuna speranza piangeva la sua triste sorte.

Il mostro di cristallo chiese alle formiche di andare in ogni dove a raccogliere le più belle storie che il mondo conoscesse e cominciò a raccontarle una ad una alla principessa e le raccontò storie allegre, così allegre che lei rise e mentre rideva i cristalli della grotta brillavano come l’alba dell’inizio dei tempi; le raccontò storie tristi, così tristi che la principessa pianse e quelle lacrime sciolsero il cuore trasparente del nostro sventurato amante che mai si azzardò a raccontare la sua vuota storia di una vita senza storie.

Le disse “un giorno verrai qui…nel mio castello (e mentre lo diceva il cuore suo piangeva lacrime azzurre come l’acquamarina perché stava mentendo e stava sognando una vita che non sarebbe mai arrivata), verrai qui e ti stringerò forte a me (e ancora di più si sentiva vuoto e trasparente perché sentiva il peso di quell’abbraccio che non poteva dare ), ti stringerò forte e saremo felici e..” E poi non aveva più parole perché non ci sono parole per descrivere l’amore di chi non può amare.

Quanto pianse il principe, pianse così forte che i fiumi straboccarono in ogni continente e la fata dell’est gli disse: “darò la mia stessa vita per lasciarti un pezzetto di felicità, morirò così velocemente che per un’ora potrai stare lì, accanto a lei, mentre dorme così profondamente che nemmeno sentirà la tua presenza. Un’ora, un’ora sola e poi tutto svanirà ma potrai dire di essere stato felice. Almeno per un istante”

Di colpo la fata cadde morta nelle acque dei fiumi che la trasportarono fin sulla luna e in un istante il mostro di cristallo era accanto alla principessa che dormiva così soffice da sembrare un boccone di nuvola lasciato in pasto alla notte.

Dormiva così bella che per un istante il viandante riprese colore e quando stava per svanire l’incanto accarezzò la sua guancia e baciò le sue labbra e lei si svegliò e guardò dritta di fronte a se la felicità di chi vive senza essere vivo. Il viandante perse di nuovo tutto il suo colore e un arcobaleno lo riportò dritto nella sua grotta portandolo però così in alto che sentì, per un istante, il profumo dei sogni.

Un fulmine squarciò la torre della principessa che finalmente fu libera e pensò di correre dalla voce che per tante notti aveva allietato i suoi sogni ma…in un istante la paura di essere di nuovo rinchiusa in un castello senza uscita la paralizzò e decise di andare a perdersi per il mondo, e andò così lontano che l’eco della voce del mostro di cristallo non raggiunse più le sue orecchie e insieme alla felicità, il povero viandante perse anche la speranza di un giorno migliore.

Il giardino cadde in disgrazia e le stelle cominciarono a perdere brillantezza.

Giorno e notte il povero viandante cercava nel cristallo il ricordo della sua principessa e poi un giorno, senza un vero perché, il vento dell’ovest cominciò a soffiare così forte nella grotta che spezzò il cristallo in pezzi così sottili che trafissero il cuore trasparente del povero sventurato.

Il vento dell’ovest distrusse tutto, spazzò via il giardino e ogni sua pianta e lasciò il viandante solo come la notte più nera, morto dentro come una stella che non brilla.

Solo un tulipano rimase in piedi, accanto al viandante, che stava svenuto sotto a quel foro da cui si vedevano le stelle che non brillano.

La principessa intanto aveva girato il mondo intero e stava per andare tra le stelle per cercare quello che in questo mondo non aveva avuto mai, ma prima di partire gli apparve in sogno la voce del mostro di cristallo che sottile come il rimpianto disse “addio..”.

La principessa girò il mondo intero sperando di trovare quella voce, e di continente in continente si mosse sperando di rintracciarlo e quando aveva perso le speranze cadde nel foro che avevano scavato le formiche e piovve accanto al mostro di cristallo.

Lui le raccontò tutta la sua storia, tutte le sue bugie, le sue menzogne e le sue speranze.

“Questo è l’ultimo fiore del mio giardino, il più bello che io abbia mai posseduto e lo dono a te per la felicità che mi hai saputo regalare” dette queste parole per un’ultima volta accarezzò le guance della principessa che pianse sul suo corpo inesistente e allora quello che prima era un piccolo foro divenne uno squarcio così grande che le stelle piovvero nella grotta. Piovvero così forti che la Principessa svenne.

Quando le stelle smisero di piovere la principessa aprì gli occhi e vide il corpo di un uomo che la stringeva così forte che sembrava quasi amarla e per molti giorni stette lì con lui e accanto a quell’unico fiore piantarono un nuovo giardino di tulipani. Insieme.

Da qui in poi non so più nulla.

Si dice che forse la principessa sia partita. C’è chi dice che invece sia rimasta lì, in quel giardino dove anche un sorriso può fare rumore.

Io so solo che un giorno incontrai il viandante e aveva gli occhi di chi ha vissuto senza vivere e mi ha fissato con quegli occhi di cristallo e mi ha detto “ un giorno, mentre io e la mia principessa stavamo piantando il giardino dei tulipani, lei era accanto a me a guardare le stelle danzare e aveva un vestito rosso ed era bella, bella come il canto divino di una storia inventata in un firmamento di musica senza scale.”

Finita la lettura, piegò di nuovo quel foglio e se lo rimise in tasca.

<<Spero ti sia piaciuta, spero che ti abbia suggerito l’esistenza di un qualche ordine superiore da cercare. Cercarlo per crederci e viverlo…>> si fermò un attimo perché Blaise lo fissava con occhi quasi spiritati, ma poi continuò <<e… e viverlo finché avrai vita nelle vene. Questo racconto l’ha scritto mia madre e sono l’unico a conoscerlo. Anzi ora siamo in due. L’ha intitolato…>> ma non fece in tempo a concludere la frase che Blaise già lo incalzava dicendo <<si chiama Piccola Biografia del Mostro di Cristallo e…la conoscevo già. Me la lesse l’autrice in persona>> e qui si fermò perché cominciò a ridere, a ridere a crepa pelle, a ridere come se non dovesse finirla mai, come se non dovesse più parlare.

Didì si sedette addosso al muro con le ginocchia al petto, e perplesso guardava gli occhi sorridenti di Blaise che alla fine si decise a parlare e gli disse <<dunque il tuo sogno si è avverato: cercavi la tua famiglia in questa casa, e in questa casa l’hai trovata.

Io conosco la persona che scrisse quella storia, perché me la raccontò molte volte durante l’infanzia, prima di abbandonarmi ai flutti del mare come ti abbandonò tra le pagine di quei libri molti anni prima.

A quanto pare siamo fratelli>> e con un sorriso beffardo si alzò in piedi, si appoggiò alla finestra che dava sul mare e senza fissare suo fratello gli disse <<Se può servirti io conosco la storia dei tuoi genitori.

Tua madre si chiama Ralaf, e bada bene che non ho detto “si chiamava”; è viva, dimenticata da qualche parte, in un isola abitata solo dai fantasmi dei suoi rimorsi, dei suoi errori e dal ricordo infelice delle persone che ha amato e abbandonato.

Tuo padre era un uomo molto silenzioso e nei suoi tempi d’oro pare che vendesse sogni in giro per il mondo.

La sua vita stessa era un sogno e in ogni angolo del mondo tutti lo chiamavano, tutti lo cercavano per le loro notti più buie.

Il globo intero lo conosceva come il Mercante di Sogni e ovunque andasse portava con se l’illusione della felicità.

Per anni vagò da solo nel Mondo, portando su ogni letto il suo tocco finché poi un giorno non volle per se una compagna, una persona che regalasse un sogno anche a lui.

Un giorno conobbe una principessa gitana, conobbe i suoi occhi che per tre lunghi anni lo seguirono ovunque andasse, in ogni terra, oltre ogni mare.

Un giorno le chiese <<i tuoi larghi occhi mi seguono da anni come il mattino segue la notte. Come può questo mercante di sogni aiutarti?>>

Quella donna si chiamava Ralaf, ed era bella come è bello il mare d’inverno, i suoi occhi erano la luna e la sua pupilla celeste come il cielo d’estate e il suo trucco nero come la notte più nera.

Ralaf aveva lunghi capelli mori che al Sole prendevano il colore dell’ebano, profumava di orchidea, di bianchi prati d’erica e di grano appena raccolto.

Era bella tua madre, così bella che il Destino le rese impossibile sognare e sempre nella testa le suonavano queste parole: “MAI, MAI NEANCHE UNA VOLTA IN TUTTA LA TUA VITA UNA LUCE RISCHIARERA’ LE TUE NOTTI” e quelle parole la tenevano sveglia come le maree tengono sveglio il mare.

Era bella nostra madre, bella e triste come un’incantevole notte senza sogni.

Dietro i suoi neri occhi di cielo chiese al Mercante di Sogni <<Ti chiedo un sogno, un dolce sogno che sia tutti i sogni che in questa vita non farò mai. Un solo sogno ti chiedo e in cambio di questa grazia ti dono la mia vita e tutto il mio tempo>>.

Ralaf era il sogno che tuo padre tanto a lungo aveva cercato e pensò che quel sogno non sarebbe mai finito.

Il Mercante di Sogni acconsentì e in quella notte le raccontò il suo sogno più bello, quel sogno che da anni stava preparando, quel sogno che gli avevano regalato gli occhi raminghi di Ralaf.

In quella notte le fece vivere una vita intera, la fece morire e le ridiede la vita.

La portò tra le sirene a sentire una balena cantare, la portò tra le più alte nuvole dell’atmosfera a vedere il tramonto, la condusse tra le stelle nelle galassie e le permise di assistere all’apocalisse.

Prima di svegliarla le regalò l’immagine di lei che sognava di sognare in un sogno e poi con un dolce raggio di luce la svegliò e da qual giorno nostra madre gli appartenne per sempre.

Era così bella Ralaf che tuo padre volle tenerla tutta per se e la rinchiuse in una prigione della quale mia madre non mi parlò mai, una prigione che per anni avrei voluto visitare e proprio ora arrivi tu a descrivermela come una gigantesca biblioteca dispersa nell’oceano.

Di buon grado lei acconsentì perché ormai gli apparteneva, ma nel cuore restava pur sempre una gitana e intrappolando i suoi passi, il Mercante di Sogni intrappolò anche la sua beltà.

Giorno dopo giorno quella che un tempo era la più bella delle principesse, perse tutta la sua bellezza: i suoi capelli persero il riflesso dell’ebano, persero il profumo dei luoghi che aveva visitato e amato e presero l’odore dei preziosissimi libri con cui il Mercante di Sogni l’aveva intrappolata.

Tutto di lei sfiorì e nei suoi scuri occhi non rimase che l’ombra della donna che un tempo tuo padre amò, così che lentamente lui smise di farle visita e le notti di tua madre divennero ogni notte più tristi, così tristi che lui cominciò ad essere infelice della sua tristezza.

Una notte il Mercante di Sogni non riuscì ad addormentarsi, e fu così che scese tra le strade di Barcellona e nella foga dell’oblio prese a ballare con una giovane e bella turista proveniente dal Paese di Nessuno, il luogo dove ognuno è padrone della sua vita e dei suoi passi, dove il destino non esiste.

Ballò con lei una notte intera e in ogni istante baciò il suo collo ed accarezzò la sua pelle dolce e morbida come l’eco di uno sbadiglio lontano.

Danzò insieme a lei su tutte le musiche del cosmo e nei suoi occhi chiari come l’aurora il mercante vide lo sguardo che tanti anni prima aveva amato, lo sguardo della dolce Ralaf.

Ebbro dei liquori catalani il Mercante di Sogni baciò le labbra scarlatte di Asirich, la bella donna del Paese di Nessuno. Le baciò le labbra, la candida pelle del colore del ghiaccio e i ricci capelli rossi che avevano la consistenza della spuma del mare.

La baciò a occhi chiusi, come se l’amasse, come se le fosse tutta la sua vita.

Asirich gli disse <<Era nel tuo destino incontrarmi perché tu sei schiavo del fato. Io al contrario ti ho scelto, qui, in ognuno degli istanti che con te condivido.

C’è chi tutto può e chi invece non può fuggire dalla propria vita>>

Il Mercante di Sogni rimase incantato dalle parole di Asirich e le chiese di parlare ancora, di parlare fino all’alba, di parlare del destino, del fato e della libertà.

Era così felice che decise di regalarle un sogno, il più bello che avesse mai immaginato, bello oltre l’umana concezione, bello come se tutta la Bellezza si fosse condensata in un’unica goccia di profumata perfezione e avesse bagnato la fronte di Asirich.

Così bello era quel sogno che dentro di se possedeva la purezza di tutte le arti e della vita stessa e nessuna lingua conosce parole in grado di descriverlo.

Così bello era quel sogno che tuo padre perse tutto il suo potere.

Così bello era quel sogno che Asirich ne morì, in estasi, condotta da un sogno oltre la vita.

<<Era nel tuo destino uccidermi e io invece ho scelto, ho scelto in questo istante di andare oltre la vita e di dirti addio. C’è chi tutto può e chi invece non può fuggire dalla propria vita>> dette queste parole Asirich esalò il suo ultimo respiro fatale e in quell’istante il Mercante di Sogni capì che mai più in questa vita avrebbe assaggiato il candido sapore della felicità, comprese che la sua vita per sempre sarebbe stata un incubo e decise allora di partire, di andare in guerra a fare il mercenario, a portare la morte in ogni angolo del mondo, a vivere il peggiore degli incubi che in questa vita si possa vivere.

Tutto era pronto ma prima di partire volle tornare da Ralaf e le disse <<l’uomo a cui appartengono i tuoi passi è morto insieme alle sue speranze. Sei di nuovo libera, libera come il giorno in cui i tuoi capelli erano come d’ebano, come il giorno in cui i tuoi occhi erano il cielo d’estate incorniciato nella notte più nera>>

Il Mercante di Sogni divenne il Mercante di Morte e da quel giorno non vide più Ralaf e si diresse verso quella città di cui ti raccontavo prima, quella dove ogni quartiere possiede un’unica emozione e si stabilì nel quartiere dell’odio dove ogni giorno la guerra non finiva.

Tua madre non fece in tempo a dirgli della tua nascita e…solo ora capisco cosa la portò ad abbandonarti lì tra quegli scaffali: tu saresti stato il ricordo perenne della sua vita non vissuta, lo stereotipo del tempo rubato e la prova dell’insuccesso. Benché ti amasse moltissimo, credo che si amasse di più, credo che amasse più la libertà di quanto non amasse l’amore stesso.

Come te, anche lei visse tra quei libri, tra quelle storie senza possederne nessuna e quel giorno decise di partire e di non leggere mai più, decise di andare per terre e mari lontani cercando di vivere tutte quelle storie che non aveva mai vissuto e nel cuore si sentiva come la ninfa Eco che spontaneamente rinunciava a se stessa e a tutto quello che era. Come Eco, anche la povera Ralaf era costretta a ripetere storie senza mai poterne vivere nessuna. Poi quel giorno tutto finì e i suoi passi la portarono verso l’amore perduto.

Il suo viaggio durò cento giorni e cento notti e la condusse nella grotta di un pescatore nato dall’amore tra la Luna e il Mare. Nella sua grotta c’era un unico fiore candido come la neve e il pescatore passava tutta la sua giornata guardandolo, osservando il mare e pescando pesci colorati.

Quando Ralaf si presentò nella sua grotta era logora del viaggio e svenne tra le sue braccia. Il pescatore si prese cura di lei per una settimana intera e lentamente vi si affezionò. Quando Ralaf era guarita i due cominciarono a vivere insieme una parte di quella vita che lei aveva sempre desiderato ed era…ingenuamente felice. Poi una mattina Ralaf si svegliò accanto al pescatore e si sentì mancare il respiro, sentì che quella grotta era una seconda prigione che la vita gli aveva procurato e si preparò a partire di nuovo. Si preparò per tornare alla conquista della sua nuova vita e volle che il suo uomo l’accompagnasse ma lui le rispose << questa è la mia vita, questo è il mio posto e da qui non posso fuggire perché ogni giorno cercherei invano di ritornarvi. Parti mia dolce Ralaf, parti e vai oltre la vita e poi torna, torna da me e cercami di nuovo e forse quel giorno partirò con te>>.

Ralaf quel giorno partì e tornò alla grotta del pescatore dopo mille giorni esatti e per ognuno di quei giorni l’aveva pensato senza sosta.

Anche questa volta svenne tra le sue braccia e il povero pescatore era così felice di poterla accudire che pianse, pianse senza smettere mai finché Ralaf non guarì dopo una lunga convalescenza. La principessa era ancora assetata dell’amara bevanda che è la vita e chiese di nuovo al pescatore di partire con lei ma lui le rispose << questi sono i miei luoghi e qui io trovo il senso della mia vita, qui tra il mio fiore, il mio mare e i miei tramonti. In ogni altro posto vedrei fiori nei quali cercherei il mio fiore, vedrei mari in cui cercherei il mio mare e una parte di me sarebbe sempre qui, lontano da te.

Non posso partire Ralaf>>.

Ralaf sarebbe morta di crepacuore se fosse di nuovo partita dal suo amato pescatore, oppure sarebbe morta di quel male insano che è l’ansia della vita sprecata in un luogo che non è il proprio luogo, in una vita che non è la propria vita.

Scelse di morire della seconda morte e il pescatore ne fu felice. Però la voglia di vita che Ralaf aveva nel cuore era insaziabile e commise il suo errore più grande e con quell’errore perse se stessa per sempre.

Era una notte d’inverno quando guardando la Luna lei pensò <<se però morissi di quest’angoscia lui sentirebbe la mia mancanza e capirebbe quanto io valga per lui, capirebbe che la mia vita è più importante di ogni fiore, di ogni mare e di ogni luogo.

Capirebbe che io sono tutti i luoghi dell’anima sua e si pentirebbe, maledirebbe se stesso dicendo che avrebbe potuto seguirmi in capo al mondo e se poi io ritornassi in vita lui mi seguirebbe ovunque e saremmo felici, e…>>

L’angoscia del vivere aveva ormai preso il sopravvento e parlava con la sua bocca, pensava con la sua testa e agiva col suo corpo: in quella notte d’inverno, sotto la Luna piena pensò di fingere la morte, così che il pescatore cambiasse idea per seguirla oltre il mare.

Costruì un veleno così potente da permetterle di dormire per 3 giorni di un sonno senza respiro e senza battiti di cuore, senza perdere però l’uso della vista. Lo bevve prima di coricarsi e mentre la notte l’accoglieva tra le sue braccia vide il cielo tingersi di rosso.

Il pescatore al suo risveglio trovò la scena più crudele che la vita potesse concedergli: vide che l’unica donna della sua vita era lontana, era in un luogo in cui lui non poteva più neanche salutarla e ciò che l’uccideva nel profondo era che non le aveva nemmeno detto addio. Era morta senza che lui potesse congedarsi da lei.

Per tre giorni la principessa dormì senza potersi risvegliare e vide il principe disperarsi di dolore e poi improvvisamente lo vide morire di crepacuore senza potersi svegliare per svelargli l’inganno.

Quando Ralaf riprese possesso del suo corpo si lanciò verso di lui maledicendo il veleno, maledicendo la vita che aveva cercato e che ora aveva perso per sempre.

Prese il corpo del suo amato e lo consegnò alle acque del mare che lo condussero fino al lato oscuro della Luna e quel giorno… scoprì che io sarei nato a breve.

Aspettò in quella grotta la mia nascita e durante l’attesa curò il fiore del suo amato pescatore, gli parlò e gli raccontò tutte le storie che ti sto raccontando e quello che prima era un meraviglioso fiore bianco, divenne nero come l’urlo di un incubo.

Sono nato in un giorno d’estate e nostra madre restò con me per alcuni anni, raccontandomi molte delle storie che tu mi hai riportato alla mente, una su tutte quella del mostro di cristallo. Ma ormai la sua anima era persa e se tu sei stato lasciato per cercare la libertà dalla prigionia, io sono stato lasciato perché nostra madre stava cercando di liberarsi dal rimorso, un rimorso che purtroppo non l’avrebbe mai abbandonata. Prima di partire mi mise in una piccola barca di legno e dentro quella barca mise anche il fiore a cui aveva raccontato tutta la sua storia, e poi ci abbandonò ai flutti del mare e nelle lunghe notti che seguirono quel fiore mi raccontò tutto quello che sapeva: mi parlò di mia madre, di tuo padre e delle loro vite; mi parlò di mio padre, del pescatore che gli mancava così tanto che quel fiore decise di appassire e morire nel mare dove era morto anche lui.

Povera Ralaf: a lungo cercò la vita, così a lungo e con tanta forza da averla persa per sempre tentando di rubarla a colui che l’amava.

Si perse poi sui suoi passi, in un isola dove il tempo scorre senza scorrere.>> Si fermò per un attimo, come se quella storia gli avesse levato il fiato, ma poi guardò il mare e vide che la tempesta stava per finire e continuò <<Anche tuo padre cercò la vita rubandola agli altri, rubandola con la morte, come se ogni volta che uccidesse qualcuno sentisse la mano della Nera Sacerdotessa carezzargli il volto e quella carezza gli desse la forza di sentirsi partecipe dell’universo come se fosse l’angelo della morte.

Poi un giorno inciampò e cadde per terra, addosso a uno degli uomini che aveva ucciso e si accorse che da lì tutto sembrava diverso: guardò in faccia quell’uomo, vide nel suo sguardo il terrore di chi è morto troppo presto, di chi avrebbe avuto ancora molto da dire e non ha avuto il tempo di farlo; poi vide il cielo coperto di fumi neri, i fumi della guerra e in lontananza un pezzo di cielo chiaro, oltre la città, in un luogo che ora gli sembrava lontano nello spazio e nel tempo; e poi vide un foto, in bianco e nero, gettata a terra, che ritraeva l’uomo che aveva ucciso con in braccio un bambino dalle guance colorate, un bambino con la bocca sporca, il naso colato e che teneva in mano una palla di gomma piuma.

In quel momento fu colpito dallo stesso rimorso che colpì nostra madre quando morì il suo ultimo amore, come se avesse oltraggiato la vita oltremodo, come se non la meritasse: come se il peso dell’esistenza gli generasse un tale senso di colpa da negargli la felicità.

Prese in mano quella foto e si pentì di aver levato la vita a quell’uomo, quell’uomo che aveva un motivo per essere vivo, quell’uomo che non viveva solo per se stesso e chiese a Dio un modo per ridargli la vita, lo chiese urlando, urlando così forte che gli venne un’idea diabolica: si mise a correre.

Corse via, veloce come il vento, e cominciò a prendere ai cadaveri tutti gli oggetti che avessero un valore: foto, lettere d’amore, anelli, quaderni, pensieri, ricordi e tutto ciò che li legasse alla vita. Rubò loro tutto ciò che li rendesse partecipi del mondo e decise di vivere per loro, di vivere tutte le loro vite e si mise a correre, correre via, veloce come il suono di un accordo mai suonato.

Corse lontano, fuori da quella città maledetta, quasi perdendo l’anima dai polmoni, rubando le vite altrui per ritrovare la propria.

In poche ore il cuore prese il battito costante dell’atleta e i suoi stessi passi scandivano il ritmo di quella corsa che era insieme una fuga e una ricerca.

Corse in direzione del vento e senza mai fermarsi, senza dormire diventando lentamente il movimento di tutti gli uomini che aveva ucciso, quasi che in un corpo solo ci fosse un esercito intero.

Corse, corse verso la Spagna, tornò a Barcellona dove tutto era iniziato e poi corse verso l’alto, sempre più su tra i cannoni del Montjuic, stanco come il vento e vivo di tutte le vite che aveva rubato.

Corse rapido sulla terra brulla e polverosa della cima di Barcellona, così veloce che si perse nella polvere e le sue anime finirono in cielo insieme ai suoi sogni.

L’anima sua è sul tetto della Pedrera, lì tra i comignoli di coccio a forma di guerriero, lì a sorvegliare la città dove tanti prima aveva trovato e perso la felicità.

Questo è tutto quello che so e…come vedi il caos ingoia tutto, anche le eterne promesse degli innamorati, anche i loro sogni.

Vedi fratello mio, queste sono le storie che conosco, questa è la vita per come l’ho amata e messa da parte, e te la regalo come fosse la triste essenza del cosmo.

Ormai sono stufo di guardare il barbaro spettacolo dello sfacelo.>>

Blaise tacque e prese un limone tra le mani, lo poggiò su un tavolo e con un coltello ne tagliò lentamente uno spicchio, con estrema cura, come se dovesse sezionarlo e durante questa pratica minuziosa recitò alcuni versi:

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.

Dalla città si sentiva la voce di Maria Callas che cantava il Duetto dei Fiori.

Blaise si avvicinò a Didì, gli carezzò il viso <<Addio fratello mio>> gli disse, e poi si voltò, uscì dalla casa e si gettò nel mare per poi non emergere mai più.

Didì si mise a piangere, strinse le ginocchia forte al petto e pianse a lungo, come se il mondo gli stesse scivolando di dosso. Pianse così a lungo che venne il tramonto, e la tempesta era ormai terminata quando si trascinò anche lui fuori dalla casa e si stese per terra, a guardare il cielo.

Il Sole toccava quasi il mare, anzi si era già immerso quasi del tutto e sembrava una gigantesca palla rossa che sbiadiva nel cielo tingendolo d’arancione, un arancione caldo caldo che ti scaldava il cuore. Salendo verso lo zenit l’arancione lasciava il posto al bianco che piano piano, proprio come fosse un segreto da sussurrare, diventava blu e in quel blu brillava la prima stella della notte.

Restò a lungo sdraiato tra i limoni e nel rumore del mare sentiva quasi la voce del fratello e tutte le sue storie, e continuò a piangere senza sosta come se volesse consumare tutte le lacrime che il suo cuore avesse a disposizione e quando poi cadde la pioggia lui restò lì sotto l’acqua, lì a nascondere le lacrime tra le gocce della pioggia per non sentire il dolore che stavano raccontando.

Restò lì per giorni e giorni e la pioggia continuò a cadere senza sosta, e cadendogli sul volto quelle gocce sembravano carezze fresche provenienti dal cielo, carezze che le nuvole gli lanciavano per consolare il suo dolore.

Lì tra l’acqua del cielo e quella del mare pensò per un istante che nulla avesse senso, o meglio che il senso del tutto fosse la fine, la distruzione o peggio ancora il dolore, e una voce nel cuore gli chiedeva di raggiungere suo padre, di chiedere a lui il verdetto finale e quella voce era al tempo stesso due voci: la prima voleva sentire il clangore metallico della rovina e arrendersi e abbandonarsi e buttarsi oltre la vita per non sentire più quel dolore che gli levava il respiro; l’altra voce invece cercava una speranza a cui aggrapparsi, un mondo nuovo a cui legarsi, un mondo in cui credere, a cui cedere la vita per renderlo un posto migliore, un luogo dove non esistesse la sofferenza.

Si gettò nelle fauci del drago e tornò a Barcellona sulla spiaggia dove tutto era iniziato e da quella spiaggia si allontanò lentamente in direzione della Pedrera, ma camminando l’assalì una strana sensazione: sentì quasi che il drago avesse preso vita, quasi che il tunnel fosse diventato un tutt’uno con la testa dalle fauci spalancate e avesse cominciato a muoversi nell’acqua, avesse divorato la Casa del Mare e anche il corpo del povero Blaise.

Stava per tornare indietro a controllare se quel condotto ancora ci fosse ma sapeva già che non avrebbe trovato nulla più di un ricordo, e allora non si voltò e continuò a camminare come aveva fatto per anni, camminando come chi deve pulirsi l’anima.

A giudicare dalla Luna direi che fossero le 4 passate quando Didì raggiunse la Pedrera: imponente, quella struttura si stagliava nella notte come se avesse potuto resistere perfino all’apocalisse, come se sapesse di essere bella come una pioggia di stelle cadenti, così bella che chiunque fosse passato sarebbe stato talmente tanto catturato dal suo fascino, da non sentire i sussurri che si scambiavano tra loro le teste dei comignoli quando nella notte prendevano vita.

In cima alla terrazza, i comignoli della casa avevano la forma di giganteschi guerrieri di coccio, guerrieri che dall’alto avrebbero sorvegliato la città e ne avrebbero mantenuta intatta la grazia e la felicità. Ogni notte, non so per effetto di quale magia, quei guerrieri si risvegliavano e si scambiavano tra loro storie e scorci che magari gli altri non avrebbero potuto vedere e per ognuna di quelle storie provavano tutti lo stesso rimpianto: lì dalla cima di quella terrazza, sarebbero stati per sempre comparse e mai protagonisti.

Didì si arrampicò lentamente, nell’oscurità, per non farsi vedere dalla sorveglianza, e arrampicandosi udì i sussurri dei guerrieri di coccio fin quando poi non raggiunse la terrazza: nell’istante esatto in cui il suo piede toccò terra tutti fecero silenzio, ma lui ormai conosceva il segreto e lentamente passò in rassegna ogni comignolo finchè non ebbe la certezza di essere al cospetto di suo padre.

Si gettò a terra davanti a quella figura che al tempo stesso lo rincuorava e gli incuteva terrore, e ai suoi piedi pianse dicendo <<Ti prego padre rispondimi, ti supplico degnami anche solo di un cenno perché il mio cuore è straziato da un male che solo tu puoi curare>>.

Pianse di un pianto così secco, così sofferto e angosciante che il guerriero spalancò gli occhi di pietra e gli disse <<Ragazzo mio, quale male ti porta a me, che solo ora ti conosco?>>.

Didì lo fissò e per un attimo si stupì di quello che vide, ma poi lo stupore passò e gli disse <<Dimmi, ti prego, che qualcosa sopravviva all’oblio. Dimmi, ti supplico, che il tempo non è in grado di cancellare ogni cosa.

Dimmi per favore che non tutto collassa su se stesso senza lasciare alcuna memoria.

Raccontami il disegno che governa il mondo, che governa la vita e la morte.

Narrami l’esistenza di qualcosa che conduca l’universo oltre il caos, oltre la mera dissoluzione.

Dimmi, ti prego, che tutto abbia un senso e parlami del senso del tutto.>>

Il silenzio che seguì le sue parole fu così denso e profondo che quasi si poteva sentire il rumore del mare in lontananza e in quel rumore perdersi finché poi suo padre non gli rispose <<Qualsiasi sistema universale ti presentassi, sarebbe fallibile e pertanto sbagliato. Dunque se questo è ciò che cerchi, hai portato le tue lacrime nel posto sbagliato. Però una cosa posso forse dirtela: qui, dalla alto di questa terrazza è come se si potesse vedere ogni giorno un pezzetto in più di una verità che lentamente si sveli.

Vedere l’ineluttabilità della vita, vederla come se non potesse non essere, come se fosse l’unica tendenza dell’universo.

Vedere che tutto tenda a questa scintilla incandescente in grado di strappare al caos ogni giorno un piccolo pezzo in più della sua essenza.

Vedere e pensare l’universo come la creazione caotica di quel concetto lontanissimo e profondissimo che siamo soliti chiamare Vita.

Credere intensamente dall’alto di questa terrazza che il senso del tutto sia la battaglia tra la vita e il caos e avere l’assoluta certezza che la vita non possa essere sconfitta perché tutto, anche la morte, tende a glorificarla e a renderla desiderabile e amabile.

Chiudi gli occhi per un attimo.

Ascolta il silenzio.

Ascolta il mare.

Ascolta il rumore della prima particella VIVA che sia apparsa su questa Terra.>>

Didì seguì il percorso tracciato da quella voce, arrivò col pensiero fino alle acque del mare e poi camminò sulla strada del tempo fino all’inizio del tutto e poi quella voce ricominciò << Guarda come tutto il creato, nella sua evoluzione, tenda alla salvaguardia di quel bene preziosissimo che gli è stato tramandato e guarda la perfezione di questo ingranaggio perfettibile che cerca nei millenni la perfezione.

E poi guarda l’uomo, scrutane l’anima e osservane la forza: quando un’anima prova l’amore in una qualsiasi delle sue forme, quando appartiene in ogni sua parte a un sogno o a un ideale o magari all’arte o anche solo a un’altra anima, allora acquisisce la forza e il potere di creare la vita: crearla, amarla e proteggerla come il più prezioso dei doni, come la possibilità di avere quella ricchezza infinita che è il tempo e dare al proprio tempo un senso senza cercare il senso del tutto.

Ho vissuto e amato con tutto me stesso fino a perdermi nella vita, fino a vivere tutte le vite del cosmo in una vita sola e a non poterne vivere più nessun’altra e questo è tutto ciò che ho imparato e sebbene non credo che sia il senso del tutto, credo che ne sia la prospettiva e questo mi basta.

Sono qui a non vivere, qui su questa terrazza a proteggere da buon soldato la pace e la grazia dei luoghi dove ho amato, qui nella speranza che qualcuno dopo di me possa di nuovo amare in quei luoghi, amare tanto quanto abbia amato io senza perdersi però nel tempo che scorre, senza perdere se stesso.

Vai dunque, vai a glorificare le ore che ti sono concesse e amale come un regalo che l’universo ti fa. Prendi quel dono e dai a quel dono un senso senza pretendere che tutto sia sensato, amalo con tutto te stesso perché è l’unica cosa che nessuno potrà mai rubarti e anche quando verrà la morte tu già sarai altrove, forse in un luogo più felice.

Quando quel giorno arriverà, il tuo tempo sarà il tempo di tutti e nel Tuo tempo le persone cercheranno un senso o lo sprone necessario per trovare un ordine superiore nella propria vita senza sentirsi responsabili di tutto ciò che un uomo non sia in grado di comprendere.

Vai sui tuoi passi sinceri: io sarò qui, dall’alto di questa città a proteggerti e amarti come la migliore delle mie speranze.

Addio.>>

Dette queste parole tornò il giorno e l’incanto sparì.

Didì carezzò dolcemente il viso del padre, gli voltò poi le spalle e se ne andò perdendosi nella confusione della città.

Viaggiò per tutta la vita, questa volta ad occhi aperti, senza che nulla distogliesse il suo sguardo dallo spettacolo del creato.

Quando poi ogni méta era stata raggiunta, Didì pensò bene che dalla vita aveva ricevuto tutto ciò che quella potesse dargli ma che un’ultima cosa gli restava da fare: ritrovare sua madre prima che il tempo levasse loro l’opportunità di amarsi di nuovo. Didì marciò instancabile per sette giorni e sette notti, senza dormire e senza mangiare forse perché i sogni per andare avanti non hanno bisogno di altro che non sia l’immaginazione.

Arrivò su un’isola remota la cui posizione è nota solo ad alcune persone. Quel posto era l’isola delle vite perdute, e a quanto ne so è un luogo incantato dove il tempo non scorre, dove tutto è fermo all’istante supremo della creazione e dove la vita né inizia né finisce.

Non sempre, ma ogni tanto sull’isola piove una pioggia fitta come inchiostro e leggera come le nuvole, e sotto la pioggia è possibile intravedere il palazzo del tempo ingannato, un castello mastodontico che si perde nell’aspra distesa di sabbia che lo circonda. È un’antichissima costruzione interamente di vetro, di un vetro che nessun uomo conosce e che resiste al tempo, al vento e alla pioggia senza mai graffiarsi e senza mai perdere il suo candore. Di giorno e di notte è completamente invisibile e addirittura puoi passarci attraverso senza nemmeno accorgertene, ma quando piove diventa duro come il marmo delle montagne più solide e l’acqua scendendo verso terra ne definisce i confini delicati e morbidi.

Da dentro potresti pensare di vivere in una cascata, mentre da fuori potrebbe sembrarti una gigantesca fontana creata dai Titani, ma non è altro che un luogo dove vivendo ci si dimentica di essere vivi.

Passate le porte del castello del tempo ingannato, un gigantesco parco ti si schiude di fronte agli occhi e il cuore ti si ricolma di gioia visto che a lungo hai vagato senza speranze in un mare di sabbia e tempo morto. Attraversato il parco giungi ad una fontana nella cui acqua puoi specchiarti senza berne, una fontana la cui acqua scansa il tocco umano, e così quando cercherai di afferrarla sarà lei a fuggirti spostandosi lì dove non puoi raggiungerla.

A lungo cercherai di bere quell’acqua incantata ma alla fine scoprirai che alcune cose sfuggono al potere dell’uomo e ti sdraierai accanto alla memoria di ciò che hai perduto senza combattere, senza spezzarti l’anima pur di tenerlo.

Lì Didì trovò sua madre china sui rimorsi di tutti gli amori perduti, lì sul pensiero del Mercante di Sogni, lì sul ricordo del figlio morto e su quello del pescatore con cui l’aveva concepito.

Quando la vide capì che da anni ormai piangeva senza sosta, piangeva come se quelle lacrime avessero dovuto pulirle l’anima, come se avesse perso troppa vita per sentirsi ancora viva.

Quando la vide, Didì le si avvicinò e la strinse forte a sé, forte al petto per farle sentire il suo cuore pulsante, per farle assaporare di nuovo quella sensazione e convincerla che non tutto fosse perso, che al mondo c’era qualcosa per cui valesse la pena vivere.

Quando la vide, si guardarono a lungo, senza dirsi una parola, come se non ci fosse stato nulla da spiegare, come se tutto fosse noto e allora si mise di fianco a lei e le poggiò le mani sulle spalle e la riportò nel mondo vero, lontano da quel luogo d’oblio.

La condusse in cima alla Pedrera e restarono lì ad aspettare la notte .

Non appena i soldati di coccio presero vita, la povera Ralaf carezzò il guerriero che sapeva essere il Mercante di Sogni e dagli occhi di quel comignolo caddero lacrime di sabbia. <<Sei bella come il primo giorno in cui t’ho incontrato>> le disse <<e come quel giorno, ti direi le stesse parole: sei l’urlo spietato dell’essenza confusa e soffocata, la sconvolgente effusione di libertà, il coinvolgente sorriso dell’universo. Il canto divino di una storia inventata in un firmamento di musica senza scale>>.

Non so poi cosa sia successo.

Alcuni sostengono che a Didì e alla sua famiglia sia stata data una seconda opportunità, una seconda vita per amarsi di un amore più puro.

Altri credono che stiano tutti e tre a riposare per sempre nei comignoli di coccio della Pedrera, lì dove nessuno potrà mai separarli.

Altri ancora dicono che il drago che ingoiò la casa del mare si sia alzato nel cielo, abbia ingoiato anche loro e sia esploso in un soffio di luce che li condusse tra le stelle.

Io sto qui in una giornata d’estate a guardare il Sole che tramonta sul mare, e sinceramente non mi importa come sia andata a finire tutta questa storia, l’importante è che ci sia stata e…semmai un giorno volessi sapere come sia andata a finire, allora tornerei sotto i cieli di Barcellona e nella notte andrei in cima alla Pedrera a chiederlo ai comignoli di Gaudì.

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